Boschilla - il suono del tuo passo

I ragazzi del collettivo Boschilla hanno risposto per noi ad alcune domande sul loro documentario prodotto in collaborazione con Caucaso, un gruppo di persone attivo nel cinema di ricerca che utilizza gli strumenti dell’antropologia visuale.

Qui potete leggere la nostra recensione sul loro documentario Entroterra. Memorie e desideri delle montagne minori.

Cos'è Boschilla?

Boschilla è un collettivo di ricerca multimediale sulla montagna e le aree interne, ora anche associazione. E' composta da tre ragazzi di Taranto e uno di Potenza: Riccardo, Matteo, Andrea e Giovanni. Ci siamo incontrati durante il nostro percorso universitario a Bologna. Un'estate (nel 2011) abbiamo deciso di realizzare un viaggio a piedi. Dalla provincia di Matera, in Basilicata, fino al Parco del Pollino, in terra calabra. Da lì è nata una passione per i viaggi a piedi e per la montagna e dopo numerosi attraversamenti delle aree interne italiane, abbiamo sentito l'esigenza di raccontare i territori che incontravamo. Così nasce il progetto “Boschilla, il suono del tuo passo” un programma radiofonico per la radio web RadioalSuolo, negli spazi di Vag61 a Bologna.

Quali scopi perseguite?

Lo scopo di Boschilla è raccontare il territorio montano e quello delle aree interne in maniera multimediale e attraverso un approccio multidisciplinare. La stessa pratica del camminare ha rappresentato per noi una nuova e differente modalità di conoscenza, che amplia le prospettive e stimola la ricerca. Un particolare approccio al territorio che ci ha permesso di osservare l’immensa diversità che un posto anche relativamente piccolo può contenere, e le infinite sfumature che cambiano e si sovrappongono durante un attraversamento.
La bellezza di un territorio si trova nelle sue contraddizioni, nelle sue voci sopite e nelle storie minori che spesso non vengono raccontate. L'intento del gruppo è diventato così quello di provare a interrogare un territorio, ricercandone le mille specificità a partire da diversi approcci disciplinari, provando a raccontare la geografia di questi luoghi come l'intreccio di corpi e storie che li attraversano, e li connettono a un mondo globale, non solo in tempi recenti.
La montagna cessa, così, di diventare un luogo ascetico e isolato, ma attraversata e ripercorsa restituisce il valore e il senso che ha assunto, anche per millenni, per paesi, comunità e valli, e ci restituisce tutta la storia della sua trasformazione nella relazione con l’uomo.
Raccontare in questo modo la montagna significa per noi renderla luogo di conoscenza, ricerca e sperimentazione in una prospettiva che critica sia una certa mercificazione o turistificazione della montagna sia un approccio troppo bucolico, nostalgico o “primitivista”.

Quanto è facile o difficile raccontare la montagna e le sue genti?

Un'arma, tra virgolette, a nostro favore è stato l'andare a piedi. Anche se con un microfono e una camera, le prime domande che nascevano dai nostri incontri venivano poste prima a noi: Da dove venite? Che ci fate qui? Come mai fate tanta strada a piedi? E questo ha facilitato la discussione e la relazione.
Per un certo verso questo ha significato anche molta fatica, soprattutto fisica, perchè dovevamo rispettare da un lato i tempi “cinematografici” delle riprese, dall'altro i tempi di percorrenza dell'andare in montagna, con a presso zaini, acqua, tende...
Infatti, sicuramente, per raccontare al meglio la montagna e le sue comunità sarebbe necessaria una lunga permanenza, un'immersione più profonda e duratura nei luoghi d'interesse. Le nostre interviste, invece, spesso erano frutto di incontri brevi: discussioni e chiacchiere intrattenute con dei viandanti (noi).
Quello che proviamo a restituire nel film è, quindi, un'unica voce appenninica che unisce territori anche molto distanti fra loro e che tiene assieme storie di vita, di lavoro e di migrazioni che appartengono a diverse persone, a diversi territori e alla loro specificità.

A partire dalla vostra esperienza, qual è la situazione migratoria nella zona appenninica?

Le migrazioni sono un tema centrale nel film. Una tematica con cui ci siamo confrontati continuamente durante il viaggio: da quelle più antiche e più importanti, come quelle post-unitarie o post seconda guerra mondiale, a quelle più recenti che vedono spesso comunità e paesi di montagna trasformarsi in nuovi luoghi per l'accoglienza delle migrazioni mediterranee.
Nel film proviamo a sottolineare come l'Appennino sia sempre stato un territorio contrassegnato da un'intensa mobilità, al contrario di quello che si può pensare a proposito di montagne e rocce. E i movimenti continuano: chi è emigrato nel passato all'estero dal suo paese d'origine e ancora oggi torna per le vacanze o per una festa di paese, chi nasce in questi territori interni e continua ad andar via in cerca di altre esperienze e chi invece prova a ritornare o semplicemente prova a immaginare nuove vi(t)e in montagna.
Nonostante un cambiamento nella concezione del benessere e un cambiamento di tendenza nel “non voler andare via” , le aree interne continuano sicuramente a registrare un forte processo di spopolamento. Se sono centinaia i borghi e i paesi abbandonati, ancora di più sono quelli che lo saranno fra qualche anno. Un esodo che interessa gran parte del territorio italiano.

Queste zone come affrontano lo spopolamento? Ci sono giovani che vorrebbero restare? Se restano, cosa fanno? Qui in Trentino la risposta è il turismo, con tutte le conseguenze che potete immaginare.

Sì, abbiamo incontrato diversi giovani che cercano di restare o che si trasferiscono verso l'alto in cerca di una nuova vita in montagna. E anche questo sicuramente è un processo importante degli ultimi anni e che coinvolge sempre più persone. Un “ritorno alla terra”, un allontanamento dai ritmi urbani, la ricerca di un'altra quotidianità...
Alcuni hanno scelto di avviare un percorso di recupero dei borghi abbandonati, vivendoci e restituendoli agli ex-abitanti e a chiunque voglia passarci (eventi culturali, corsi di arti e mestieri, feste, etc...). Altri, invece, sono spinti da voglie e desideri più personali, condurre un’altra vita, su differenti tempi e ritmi, con altri suoni e odori.
Nelle esperienze da noi incontrate, il turismo rientra per forza di cose nel tentativo di far rivivere queste aree. Tuttavia siamo stati testimoni di un approccio più critico e consapevole, attento ai fragili equilibri naturali e culturali del territorio, avversa ai modelli di sviluppo e di turismo più invasivi. Il turismo in montagna può essere molto contraddittorio, sempre a rischio mercificazione. Ma oltre questo rischio il problema è che da solo il turismo non può trainare un processo di ritorno e ripopolamento della montagna. C'è la necessità di immaginare e costruire altre possibilità, altre condizioni materiali, nuovi servizi per vivere una montagna degli anni 2000. E' necessario, quindi, una volontà politica che sappia reinventarsi anche in alta quota.

Mercoledì, 18 Luglio 2018

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