Chiarimenti per expat ai tempi del dopo-Brexit

Il 29 marzo è iniziato formalmente l'iter di rottura che escluderà il Regno Unito dalla "Fortress Europe": cosa cambierà e cosa rimarrà invece invariato per gli immigrati europei

Dopo 44 anni di matrimonio, carente di passione e carico di uno scetticismo da subito manifestato nei confronti del partner, il Regno Unito si prepara a lasciare definitivamente l’Unione Europea.

L’iter di rottura, annunciata il 20 marzo, è iniziato ufficialmente nove giorni dopo, quando la prima ministra Theresa May ha presentato la richiesta di attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona al presidente Donald Tusk, che ha poi scritto e inviato a tutti i paesi membri le linee guida del negoziato che prevede il divorzio tra le due (ahimè) controparti.

Sebbene nel giorno in cui la rottura è stata ufficializzata Tusk abbia lasciato trasparire la propria costernazione per quella che è stata vissuta come una grave perdita - facendo sfoggio di un caloroso “ci mancate già” -, il presidente del Consiglio europeo è presto rientrato nei ranghi. Si presentano infatti in tutta la loro gravosità le sei pagine da lui redatte, che saranno discusse il 29 aprile dai capi di governo.

D’altro canto, rimettere sul tavolo e sgangherare legami economici, politici e giuridici che vigono indisturbati da parecchi anni orsono dev’essere un’impresa tutt'altro che semplice; e nemmeno gestire le controversie che inevitabilmente sorgeranno: i tempi attesi per la conclusione di queste trattative sono di due anni circa.

Alla preoccupazione dei connazionali italiani data dall'incertezza su ciò che comporterà il varo della Brexit, i funzionari dell’ambasciata italiana del Regno Unito hanno così risposto:

“Il Governo britannico – si legge nella nota – anche dopo l’attivazione dell’articolo 50 (del Trattato di Lisbona) continuerà ad assicurare il pieno rispetto di diritti e obblighi europei fino al giorno in cui il Regno Unito uscirà dalla UE, inclusi quindi i diritti di cui godono attualmente i cittadini di stati membri dell’Unione europea, tra i quali è compresa la libera circolazione delle persone. Fino a quel momento non vi saranno pertanto modifiche nell’attuale regime di ingresso in questo Paese. Il Governo italiano – conclude la nota – è prioritariamente impegnato a garantire il rispetto dei diritti acquisiti dai cittadini italiani residenti nel Regno Unito nonché ad assicurare la massima tutela possibile a tutti i nostri connazionali".

Essendo la mobilità, intesa come la fuga verso paesi più benestanti del proprio, un fenomeno in forte crescita che di certo non lascia immune l’Europa, sono molte le persone che nel costruirsi una vita fuori sede hanno fatto affidamento su diritti conseguenti dall’appartenenza all’Ue dello stato in questione. Oggi sono i cittadini europei che dimorano sul suolo britannico a vivere un momento di ansia e inquietudine. Come biasimarli, la possibilità che questi diritti non siano più garantiti e/o vengano loro strappati è reale e concreta, ma al momento le informazioni sono troppo poche per trarre conclusioni.

Gli iscritti AIRE in Inghilterra sono al giorno d’oggi 261.585; ma un problema frequente nell’individuazione dei residenti è che si calcola gli iscritti al registro rappresentino poco più di un terzo di coloro che effettivamente risiedono nel Paese. Secondo una stima più realistica, sembra infatti che siano circa 600.000 gli italiani che vivono oggi in Inghilterra (fonte).

 

Tenendo a mente questi numeri, non resta allora che entrare nel merito della questione e tentare di capire cosa effettivamente cambierà dopo la Brexit, soprattutto per gli expat.

Per chi paga le tasse da cinque anni, è ora possibile richiedere la Permanent Resident Card, che residenza o la cittadinanza; chi non la vuole richiedere, dovrà rinnovare il visto lavorativo ogni 2/3 o 5 anni.

Chi parte ora o nei prossimi mesi alla volta dell’Inghilterra, dovrà attendere l’esito degli accordi UK-UE: sappia solo che una delle poche certezze è che i cittadini non britannici necessiteranno di un Visto per entrare nel Paese. I nuovi arrivati non godranno dell’accesso al welfare di cui beneficiavano prima e neanche degli strumenti previsti dal sistema inglese per trovare lavoro.

Il flusso di disoccupati verso l’Inghilterra verrà di fatto arginato da queste nuove ordinanze, che obtorto collo non permetteranno più agli "stranieri" di partire per il Regno Unito con pochi obiettivi ma confidando nella serendipità: non garantiranno più facilitazioni a chi si vuole trasferire nel Paese senza aver già individuato la posizione lavorativa che occuperà prima della partenza, converrà dunque partire dopo aver preso accordi riguardo alla posizione professionale che si occuperà.

Agli studenti, verrà negata la possibilità di usufruire dei benefici, delle agevolazioni e dei finanziamenti previsti per la partecipazione ai corsi universitari -e non- del sistema inglese. Verranno applicate le regole attualmente previste per gli studenti extra UE, che comporteranno, oltre l’abolizione di tutti i benefici goduti finora, e un aumento delle tasse universitarie, che potrebbero essere equiparate a quelle degli overseas students (dalle attuali 9,000 sterline l’anno a possibilmente 15,000 sterline all’anno).

In ogni caso, nessuna di queste modifiche entrerà in vigore prima dello scadere dei due anni, ma critiche e lamentele non hanno tardato ad arrivare. E gli expat europei residenti nel Regno Unito hanno fame di certezze.

("safety pin", le spille da balia in solidarietà agli immigrati nel Regno Unito indossate per dimostrare la totale avversione alle forme di razzismo e xenofobia, degenerate in attacchi e minacce, nutrite e drogate dal fenomeno Brexit)

(Chiara Maistri)

Giovedì, 06 Aprile 2017 - Ultima modifica: Mercoledì, 31 Maggio 2017

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