Generazione '68. Sociologia, Trento, il mondo

Ricorrono i 50 anni della fondazione dell’università di Sociologia e ricorrono i 50 anni di quel tumultuoso 1968 che ne ha permesso la costituzione.

(foto di Maurizio Rossi)

Il Dipartimento ne celebra la memoria con una mostra, che sarà inaugurata il 15 maggio (a cura della Fondazione Museo storico del Trentino), e un documentario, del regista Aurelio Laino, per ripercorrerne le tappe e le storie ma anche, come ci ha raccontato lo stesso Aurelio, per sfatare numerosi luoghi comuni gravanti sul ’68 trentino.

Lo abbiamo incontrato in occasione del Trento Film Festival, in occasione del quale aveva portato in anteprima il suo documentario. Anticipando delle polemiche che sarebbero arrivate di lì a poco dagli studenti stessi di Sociologia, Aurelio malcelava la propria perplessità rispetto al rilievo accordato più all’adunata degli alpini che, per quanto importante faceva pur sempre riferimento a un ruolo marginale del Trentino durante la Grande Guerra, che non all’incredibile stagionale culturale del ’68, dove Trento era stata una città-laboratorio e sempre a Trento era nato un esperimento che si chiamava Università critica, il primo in Italia di cogestione tra studenti e professori. Una cosa nuovissima e incredibile.

La scarsa enfasi viene spiegata dal regista – anche forte dei numerosi anni di ricerca impiegati per la realizzazione del documentario – come, essenzialmente, un problema di vergogna da parte della città. “Ed è un vero peccato”, ma non si stupisce, poiché “il ’68 è stato anche un movimento di diritti civili, e l’attuale presidente della Provincia ha problemi a dare il patrocinio al Dolomiti Pride”.

Il Trentino non è stato il centro della Prima guerra mondiale, mentre è stato il centro del ’68!

Trento, nel ’68 italiano, con Pavia, Pisa e per certi versi Torino, - ci spiega Aurelio - è stata la capitale della sperimentazione creativa e dell’innovazione; Milano e Roma hanno avuto tratti più politici, anche con scontri in piazza. Il ’68 in generale fu molto poco politico, e fu un momento di cambiamento della società nel suo complesso e culturale soprattutto.

Fu un fenomeno di una nuova generazione che si affacciava in Italia e che voleva cambiare un Paese che assomiglia all’Iran di oggi: fortemente condizionato religiosamente e con delle tradizioni di stretta osservanza, ma con tanti giovani in forte evoluzione. Si tratta infatti di una rivoluzione dettata più dall’età di chi vi partecipò che dagli ideali: c’erano tanti giovani che volevano andare all’università, persone motivate che volevano cambiare davvero le cose. Soprattutto a Trento il ’68 è stato una protesta contro l’università, come i corsi erano organizzati. Gli studenti volevano studiare meglio e di più, volevano fare più cose pratiche. Nel Museo storico sono raccolti i documenti redatti in quel periodo: c’è un livello di approfondimento e di tentativo di capire la società, di studio che alcuni loro professori non avevano. La società non corrispondeva a quello che volevano i giovani.  

Marianella Sclavi, sociologa che ha studiato a Trento ed è stata una delle leader del ’68 Trentino, è convinta tuttavia che la misura dell’insuccesso del ’68 stia nella qualità della classe politica attuale. La classe politica italiana attuale non è purtroppo fatta da persone che hanno fatto il ’68, a parte Massimo d’Alema, che però era un po’ più giovane dei leader, come Sofri, alla Normale di Pisa. Non sono diventati classe dirigente, non hanno cambiato l’Italia alla fine. E anche a Trento succede la stessa cosa: c’è chi è nel mondo imprenditoriale, anche ad alto livello, come Loris Lombardini (che ha fondato una delle più importanti società di pubblicità in Italia), però in generale non sono mai entrati nella “stanza dei bottoni”.

Tuttavia si può anche dire che molte cose sono cambiate, basti pensare al divorzio che prima non c’era, ma è altrettanto vero che a Trento c’è un presidente che fatica a dare il patrocinio per il Dolomiti Pride e lo dà invece all’Adunata degli alpini – senza nulla togliere agli alpini. Nel ’68 tanto è stato fatto, ma altrettanto c’è da fare oggi. Nel 2018 non si può negare una cosa del genere a una manifestazione di diritti civili.  C’è una fortissima emigrazione italiana verso l’Inghilterra [nda Aurelio Laino vive da diversi anni a Londra] per via dei diritti civili, ed è una cosa gravissima!

Il documentario vuole in qualche maniera che la gente impari o capisca qualcosa che non sa o che è sbagliata. Sulla storia del ’68 infatti pesano tanti luoghi comuni nell’opinione pubblica, per esempio che gli studenti del ’68 non avevano voglia di studiare, ma si tratta di una menzogna clamorosa perché tutti i leader del ’68 erano studenti modello e di altissimo livello. Ne è una prova il fatto che uno dei grandi centri creativi fu la Normale di Pisa. L’altro luogo comune che si è cercato di smentire è “Trento città delle brigate rosse”: questo è un falso storico straordinario, perché le brigate rosse sono nate in una macchina, nella periferia di Milano, nel 1971. Due dei tre fondatori avevano studiato a Trento: una era trentina, uno era Renato Curcio, piemontese ma aveva studiato a Sociologia ma non era uno dei leader del ’68 trentino, e Franceschini era di Milano. Trento non c’entra nulla con le brigate rosse. C’è anche un’altra leggenda legata a Lotta continua. Lotta continua è un movimento talmente anarchico che non ha avuto un momento di fondazione ufficiale, semplicemente a un certo punto è nato.

Sono stati intervistati i leader di Trento, Pisa, Torino e Milano, ma tanti anche gli artisti: da Carlo Verdone, giovanissimo in quegli anni, che però si è ispirato a quegli anni per alcuni dei suoi personaggi più iconici; Shel Shapiro; Paolo Pietrangeli, che ha scritto le due canzoni inno del ’68, ovvero Contessa e Valle Giulia, e oggi regista di programmi televisivi. Sono stati intervistati anche giornalisti di destra - “è importante non fare un documentario a tesi”: entrambi ex direttori del Secolo d’Italia, il quotidiano di Alleanza Nazionale, Flavia Perina e Luciano Lanna. Maria Luisa Frisa, che insegna moda all’università di Venezia, ha parlato di come è cambiata la moda in quegli anni, tantissimo e completamente: la minigonna, il vestirsi etnico, i sandali, il new romantic.

“Il ’68 per me è ben rappresentato dalla copertina di The Beatles: Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967) dei Beatles, dove c’è un po’ di tutto: Oscar Wilde, Aleister Crowley, Marylin Monroe, Marlon Brando e Sigmund Freud….”. 

Lunedì, 14 Maggio 2018

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