Generazione Erasmus - La recensione

Dopo l’ottava edizione di In partenza per l’Europa e dopo lo spettacolo teatrale Invisibili Generazioni (del quale trovate una nostra recensione e un breve approfondimento), per la redazione di Altrove Reporter è stata la volta di Generazione Erasmus, la mostra tenutasi a palazzo Trentini e che ha visto coinvolti cinque giovani artisti originari della regione.

Generazione Erasmus. Dopo l’ottava edizione di In partenza per l’Europa e dopo lo spettacolo teatrale Invisibili Generazioni (del quale trovate una nostra recensione e un breve approfondimento), per la redazione di Altrove Reporter è stata la volta di Generazione Erasmus, la mostra tenutasi a palazzo Trentini e che ha visto coinvolti cinque giovani artisti originari della regione.

L’iniziativa, promossa dalla Presidenza del Consiglio Provinciale di Trento grazie all’idea dei suoi curatori, Remo Forchini e Mario Cossali, sembra inserirsi idealmente nell’alveo delle celebrazioni per i trent’anni del programma Erasmus.

Il lavoro dei curatori. Il titolo fornisce subito una chiave di lettura per comprendere le intenzioni che l’hanno mossa: documentare le opere di artisti che, oltre all’eccellenza comprovata del lavoro, hanno maturato esperienze formative e lavorative all’estero. Esperienze che hanno permesso loro di uscire dai confini locali e, al contempo, di contaminare il proprio linguaggio artistico, esplorando ulteriormente i topoi dell’immaginario trentino come la montagna, gli animali e i materiali.

Dal lavoro di ricerca dei suoi ideatori sono dunque emersi i nomi di Martina Dal Brollo (Trento 1990), Luca Marignoni (Cles, 1989), Stefania Mazzola (Rovereto, 1992), Linda Rigotti (Tione, 1982) e Federico Seppi (Trento, 1990); tutti accomunati da un legame profondo con il territorio d’appartenenza e dal tentativo di rendere universale il locale attraverso l’arte.

La rassegna ha avuto, come unico criterio espositivo, quello della suddivisione per artista e la scelta delle opere è caduta su quelle più rappresentative del lavoro di ciascuno. L’allestimento ha fatto leva sull’aspetto più suggestivo ed emozionale delle opere, tant’è che anche il catalogo (Generazione Erasmus, a cura di Mario Cossali e Remo Forchini, ed. Osiride) lascia totale libertà d’interpretazione e affida agli autori poche parole poetiche sul proprio immaginario.

Come giustamente rilevato dai curatori, i temi ricorrenti sono stati la memoria, il rapporto dell’uomo con la natura, la luce e il corpo umano in una pluralità di forme e materiali.

E si tratta di opere che - come ancora una volta sottolineato dai due - riflettono, nella loro apertura e ricerca artistica, il tentativo di inserire l’arte trentina nel più ampio dibattito artistico europeo in un modo, va ricordato, che non dimentica mai le specificità della propria identità.

D’altro canto, l’arte basa la propria essenza e la propria ragione d’essere sullo scambio e la storia dell’arte è costellata dall’esempio di artisti che, per raccontare al meglio le esigenze del proprio tempo, viaggiavano, si aggiornavano e proseguivano la propria formazione artistica all’estero.

La nostra impressione. La cornice espositiva, come già altre volte mi è capitato di osservare a palazzo Trentini, non è delle migliori: le sale e i pannelli (bianchi, immagino per ragioni di praticità) e i faretti al soffitto riescono, in maniera molto democratica, a falciare e ad appiattire qualsiasi opera capiti loro a tiro.

Dopo la breve visita, ciò che è saltato subito all’occhio è stato il fortissimo contrasto tra il tenore coloristico e concettuale – tutto giocato su toni chiari e, oserei dire, delicati – di questi lavori rispetto a quello palpitante e vitale di chi li ha preceduti (Fortunato Depero, Remo Wolf, Paolo Vallorz, Tullio Garbari, Umberto Moggioli,…) e anche dei lavori più pop dei colleghi della generazione appena precedente (Laurina Paperina, Federico Lanaro, Rosario Fontanella, Carlo Vedova – solo per citare i più noti). Soprattutto, risulta forte il contrasto con le brochure pubblicitarie coloratissime e patinatissime del Trentino, che si potevano trovare già all’ingresso del palazzo. O, ancora, la dissonanza con la sciatta locandina della mostra, gialla di sole e di vita.

Il legame col territorio sembra così assumere le tinte sbiadite di un ricordo che sta svanendo; è la pelle di un animale scuoiato, un altare-feticcio o la Montagna alla quale ribellarsi e dalla quale tornare sempre.

In un certo senso, mi pare emblematica e quasi un brutto presagio quella scarpa pesante di Luca Marignoni, fatta dello stesso materiale del pavimento e che reca la scritta: “Nessuno se ne va mai veramente”.

Chiediamolo alle opere. Facciamo il gioco per il quale questa volta non sono le opere a interrogare noi, ma siamo noi a interrogare loro: chi sei? Da dove vieni? Cos’hai da raccontare?

E sembrano rispondere in coro: “siamo l’anima di una generazione che ci prova ma che è stanca, perennemente al confine tra una possibilità e l’altra, nella costante incertezza tra il partire e il restare”.

Personalmente, senza filosofeggiare troppo, mi resta il dubbio se si tratti di una certa idea dell’arte contemporanea da loro maturata oppure la cartina tornasole di un’impressione che gli artisti – e i giovani tout court – hanno della loro terra d’origine, il Trentino.

Alcuni dubbi. Un dubbio destinato a rimanere insoluto poiché, dato l’intento riuscito di “offrire [nda unicamente] una vetrina alla produzione artistica locale”, si è totalmente tralasciato l’aspetto più conoscitivo e informativo della rassegna; e questo si è dimostrato un boomerang per il corretto apprezzamento dei lavori. La totale mancanza, per esempio, di appigli biografici non ha permesso un’effettiva comprensione dell’evoluzione del loro linguaggio artistico e della loro maturazione rispetto al contesto europeo.

Personalmente ho faticato a cogliere il guizzo derivato “dall’intreccio glocal che li caratterizza” o dall’essersi confrontati con realtà europee: una colpa che, come sopra accennato, imputo in prima battuta ai curatori e, solo in seconda battuta, alla giovinezza degli artisti.

Una soluzione. Con Altrove Reporter cercheremo di approfondire il discorso, chiedendo direttamente agli artisti coinvolti di raccontare le proprie opere, la contaminazione e il confronto con l’estero, il rapporto che hanno con la loro terra d’origine.

Prima di concludere queste mie poche riflessioni vorrei – con la speranza di essere letta e ascoltata – invitare la direzione di palazzo Trentini ad aggiornarsi al 2018 e ad aprire, come primo passo, almeno una pagina dedicata su Facebook che possa fungere da primo richiamo e rendere giustizia a chi espone o viene esposto.

Elisabetta Giacchi

Lunedì, 18 Dicembre 2017

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