La reciprocità in economia: dal paradigma del dono alla Sharing Economy

“Il tempo è al cuore del dono e della reciprocità, mentre l’eliminazione del tempo è al cuore del rapporto mercantile. È quel che significa ricambiare: collegare il gesto ad un altro in un passato prossimo o remoto (…) Se si deve andare verso l’altro sinceramente, ciò significa che non lo si fa per ottenere qualcosa, ma perché lo si sente, per un moto verso l’altro. Perdere per vincere. Non si dà per ricevere, forse perché l’altro dia.”

(J. Godbout, 1993)

RIVA DEL GARDA- Vedere Roma messa a ferro e fuoco dai tassisti mi ha portato a riflettere sulla Sharing Economy, fenomeno che da qualche anno a questa parte ha sfondato la porta del tessuto socio-economico mondiale. Un ingresso piuttosto irruente e che ha alterato in parte, per dirla alla Bourdieu, habitus vigenti e paradigmi sociali dati ormai per assodati. Non poteva che tornarmi alla mente “Il saggio sul dono” di Marcel Mauss.

Dono e reciprocità

Questa lettura, pietra miliare dell’antropologia e in quanto tale centrale per i miei studi, ha modificato (e corretto) il mio concetto forse troppo romantico di scambio e di interazioni umane, sbattendomi in faccia una realtà fatta di relazioni sociali basate perlopiù su di una logica costo-beneficio. Secondo Mauss il dono non è una pratica disinteressata, è anzi socialità obbligatoria, ed ha lo scopo di creare, rafforzare, e conservare i rapporti sociali e comunitari. Unisce gli aspetti sociali ed economici, ed è perciò ritenuta parte di un’economia primitiva indissolubilmente legata alla socialità ed alla vita. Le caratteristiche fondamentali della pratica del dono individuate da Mauss sono tre: “dare, ricevere, ricambiare”; nel dono, inoltre, si nasconde invero il fenomeno della reciprocità, diretta o indiretta.

La pratica del dono rappresentava dunque, in contesti in cui la socialità era ancora ritenuta utile, un fatto sociale totale (nozione figlia del pensiero di Mauss e confluita poi nel pensiero strutturalista di Claude Levi-Strauss), ovvero una “prestazione di beni e servizi che aveva il fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone”.

Ora, una delle differenze più evidenti e percepibili tra la nostra società moderna e le società tradizionali analizzate da Mauss e da altri padri dell’antropologia “classica” è la non-obbligatorietà a intessere legami sociali. Dal momento in cui è prevalso il principio di liberismo individuale, che riconosce ai singoli la possibilità di compiere scelte alternative o contrarie a quelle collettive, ci abbiamo guadagnato in libertà (a livello formale, perlomeno), ma è forse andata dissolvendosi la nostra propensione a creare dei legami sociali funzionali al lieto vivere di una collettività, per quanto sconfinata o illimitata sia.

È (o dovrebbe essere) il mutualismo una delle parole chiave di tutto ciò che finisce sotto l’ombrello della definizione, ancora dai confini molto sfumati,di Sharing Economy (d’ora in poi SE) che ha sicuramente modificato qualche paradigma base del mercato odierno, dandosi l’obiettivo – incardinato nel nome stesso – di condividere e di redistribuire proprietà di cui già si è in possesso. È quindi andato modificandosi l’oggetto della permuta, che passa dallo “scambio” di un bene per soldi ad un sistema basato sulla simmetria di azioni reciproche che convergono in un servizio, richiesto e offerto, che conferisce ai singoli la possibilità di concordare insieme agli altri attori le modalità di scambio più fecondo per tutti. Questo nuovo tipo di economia implica fiducia, ed è qui che più si ricollega all'economia del dono vigente nei popoli studiati da Mauss.

Elemento centrale per la creazione della relazione fiduciaria che è alla base della SE è il feedback, inteso come valutazione del servizio ricevuto da parte dell’utente coinvolto, che ha il compito di creare reputazione.

È quindi fondamentale per la SE la presenza di una piattaforma, che essendo basata su un’infrastruttura digitale, avendo quindi il dono dell’ubiquità, garantisce l’istantanea recensione/valutazione da parte di qualsiasi utente che abbia usufruito del servizio. Si fa così “mediatrice” fra utenti e contribuisce in questo modo a creare la reputazione e l’affidabilità di chi è coinvolto nello scambio. In un’era digitale dominata dall'individualismo torna possibile la creazione di una rete sociale che genera fiducia, la stessa che reggeva l’economia di scambio nelle società tradizionali studiate da Mauss.

Sharing, collaborative, circular economy

La dirompenza con cui questo nuovo tipo di economia si è fatto strada nel nostro mercato ha sicuramente costituito un deterrente alla definizione dei confini dello stesso e a renderne ancora più complessa l’analisi, la sua diramazione in moltissime forme diverse: Collaborative Economy, Circular Economy, Peer to Peer Economy, On-demand Economy, ed altre ancora.

Collocheremo tutte queste ramificazioni del fenomeno sotto il cappello dell’Economia Collaborativa, e per definirla useremo le parole di Juho Hamari, co-autore di un importante studio sulla SE:

L’attività di base del peer to peer consiste nell’ottenere, dare o condividere l’accesso a beni e servizi, in modo coordinato attraverso servizi online basati sulla comunità. La Collaborative Economy era attesa per alleviare i problemi sociali come l’eccessivo consumo, l’inquinamento e la povertà, abbassando il costo del coordinamento economico all’interno delle comunità”.

A conferma dell’imponente portata del fenomeno è stato reso noto durante Sharitaly 2016 che l’azienda Uber (per i meno informati: servizio di trasporto automobilistico privato che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti tramite un app)è valutata in borsa 62 miliardi di dollari, 15 volte più di Hertz, azienda americana di autonoleggio, operante in tutto il mondo e fondata nel 1918.  Airbnb (portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio per brevi periodi)non è da meno: assorbendo circa il 17% della ricettività “alberghiera” di tutta New York, è valutata in borsa circa 8 miliardi di dollari in più della catena di alberghi Hilton, presente in 80 paesi del mondo e fondata nel 1919. E non possiede nemmeno una camera.

Uno dei primi studi sull’impatto e sulle prospettive della Sharing Economy in Italia è stato realizzato nel 2015 da “Collaboriamo” con il supporto di PHD Media, agenzia di media e di comunicazione. Secondo la ricerca nel 2020 l’economia collaborativa potrà raggiungere i 9,7 milioni di italiani, arrivando a 8,8 miliardi di euro ovvero allo 0,5% del PIL. Per il 2025 si prospettano invece 12 milioni di utenti coinvolti e 14,1 miliardi di euro, il corrispettivo dello 0,7% del PIL.

Le piattaforme di Sharing Economy, sempre secondo lo studio, sono arrivate ad essere 138 al 2016 e i settori in cui operano maggiormente sono i trasporti (18%), i servizi alle persone (16,6%), turismo (12%), cultura (9,4%), servizi alle imprese (8,7%). Si calcola inoltre che il 51% di piattaforme abbia un numero di utenti inferiore ai 5mila, ma in compenso l’11% ne registra oltre i 100mila. In questo 11% vi è lo spazio per i colossi della SE i cui nomi saranno sicuramente arrivati persino alle orecchie più ostruite dei vostri nonni: Blablacar, Airbnb, Uber.

Un bacino d’utenza importante ha quindi subito colto il profumo di novità emanato da aziende, enti, persone che si sono fatti promotori di uno sfruttamento più consapevole delle risorse. Ma prima di fiondarci a capofitto in pensieri troppo utopisti nei confronti di quanto appena detto, andrebbero forse fatte alcune considerazioni, perché – rammarica citare Andreotti, ma – “a pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”.

Innanzitutto, lo storytelling iniziale figlio della crisi economica e basato sulla promozione di politiche sostenibili e sull’incentivare lo sviluppo di relazioni si è sfumato nel tempo, perdendosi un po’ nelle sue promesse.

Nei primi e nobili intenti della SE si percepiva un’inclinazione al riuso, una spiccata sensibilità ambientale, una propensione alla collaborazione e all’interazione fra singoli, e la volontà di valorizzare competenze. Le prime esperienze nate nell’ottica di condividere beni non materiali come tempo, servizi, competenze sono realtà come le varie Banche del Tempo (libere associazioni tra persone che si auto-organizzano e si scambiano tempo per aiutarsi soprattutto nelle piccole necessità quotidiane) o come Gnammo, piattaforma attraverso la quale si organizzano cene tra persone sconosciute. Rimane infatti aperto l’interrogativo: si può parlare di SE anche quando se il servizio non assume le forme di uno scambio tra pari? Molte sono infatti le realtà in cui ciò che viene condiviso è ridotto all’osso, ma che nell’immaginario comune ricadono sotto l’ombrello della SE;

Poiché non è tutto oro ciò che luccica, urge tuttavia fare una profonda distinzione fra ciò che viene giustamente inteso e percepito come SE e ciò che invece si svincola in parte dalla definizione che siamo abituati ad attribuire a tale fenomeno.

C’è infatti molta differenza tra le aziende più business-oriented di SE e quelle più orientate al non profit. Nelle prime le dinamiche relazionali ruotano attorno a rigide regole già definite e che non prevedono alcuna forma di agency da parte degli utenti (e in questo caso le aziende sono in mano a corporazioni private come Airbnb, Blablacar o Uber);nelle seconde sono invece gli utenti a garantire il funzionamento delle piattaforme, adattandolo in base alle esigenze comuni di chi le frequenta.

Non entrerò nel merito della mappatura di tutte le realtà di SE esistenti, lascio allo studio sopracitato curato da “Collaboriamo” l’infausto compito.

D'altra parte il contesto in cui queste nuove forme di economia – intimamente molto diverse fra loro – si sono mosse e poi innestate in maniera più o meno sotterranea, non è esattamente tra i più rigogliosi. Consci del fatto che urga una svolta, vacilliamo tra la naturale propensione a migliorare (e a fare nostra) la realtà che ci circonda e la consapevolezza del poco (o nullo) potere decisionale concessoci sulle sorti - almeno a breve termine - dell’assetto economico-ambientale mondiale e locale, in un mondo in cui è tutto talmente veloce che fermarsi a pensare a delle soluzioni è diventato uno sforzo non da poco.

Tra i non rassegnati c’è chi sfrutta i propri saperi scientifici proponendo e inventando nuove tecnologie in grado di tamponare la deriva ambientale ed economica cui si sta poco a poco giungendo, chi intraprende la via della decrescita felice teorizzata da Latouche, impegnandosi nel riponderare l’ormai consunto rapporto uomo-natura, e chi sembra averci visto davvero lungo, dal punto di vista individuale quanto collettivo.

Questi ultimi sono i promotori delle versioni più pure di sharing, collaborative o circular economy.

Legislazione a riguardo

Per avere poi una fotografia più completa del fenomeno, sicuramente non facile da inquadrare, bisogna prestare attenzione alle voci critiche che si sono sollevate nei confronti dello stesso. È il caso, per quanto riguarda il suolo nostrano, della lotta di Federalberghi contro Air b&b, servizio ritenuto fondamentalmente concorrenza abusiva e sleale. O per citare un altro caso, la protesta e il conseguente sciopero di queste settimane dei tassisti, contrari alla legge - che per la sua tendenza a procrastinare le decisioni ha preso il nome “Milleproroghe” - che si è vista costretta a ragionare anche sul rapporto taxi/Uber/Ncc. L’emendamento è stato ulteriormente rinviato: verrà emanato entro il 31 dicembre 2017, nel frattempo è stato messo ufficialmente al bando il servizio UberPop su tutto il territorio nazionale (già dichiarato illegale dal tribunale di Milano a maggio 2016), il servizio che permette a chiunque si avvalga dei propri mezzi di diventare tassista.

Sembra che questa volta sia l’Italia la prima a proporre una legge per placare le polemiche che ruotano attorno alla SE, arrivata in Camera il 3 maggio XXX. La proposta di legge, ribattezzata “Sharing Economy Act”, tenta innanzitutto di definire quali piattaforme possano essere definite SE e quali no: i servizi a tariffa fissa non rientrano ad esempio nella definizione. In secondo luogo, la legge prevede l’obbligo di iscrizione ad un registro degli operatori attraverso cui rendere chiare le condizioni contrattuali, il controllo dell’Agcom per tutelare tutte le parti coinvolte, un tetto massimo di diecimila euro per quanto riguarda gli introiti, superati i quali verrà applicata un’imposta del 10%, poiché l’attività non potrà più avere un “reddito da attività di economia della condivisione non professionale”, e gli introiti verranno sommati agli altri percepiti.

È un mondo che ha bisogno di essere capito: il fatto che sia in continua e rapida trasformazione non aiuta, ma credo che questo sia ciò a cui si sono rassegnati tutti gli studiosi della società in tutti i suoi aspetti.

L’errore di fondo è quello di voler gestire (=controllare) l’economia della condivisione (Sharing Economy) senza aver immaginato e compreso fino in fondo la società della condivisione (Sharing Society). La Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco”. (Dominici, 2016)

Comunque vada, che abbiano un orientamento for- o no-profit, le piattaforme collaborative di SE hanno sempre un fine sociale, mettendo loro in rete persone e risorse che la old economy evidentemente non riesce a valorizzare e obbligando le persone a ripensare i modi di consumo odierni.E nonostante si faccia molta difficoltà nel circoscrivere semanticamente il fenomeno, sappiamo che è portatore di innovazione

Si parla di un nuova partita caratterizzata da un altissimo potenziale, alcuni dei suoi frutti sono già maturi (e hanno anche avuto già modo di scontrarsi con la legge) altri ancora acerbi, ma c’è da sperare che sia un punto di partenza e non sia il solito cerotto su un fiume in piena. 

(Chiara Maistri)

Giovedì, 02 Marzo 2017

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