Les Sauteurs

Siamo stati a vedere il documentario "Les Sauteurs" ad opera di Moritz Siebert, Estephan Wagner e Abou Bakar Sibidé. Il documentario è stato proiettato nell'ambito della rassegna "Avvicinamenti": un percorso di otto serate in attesa dell'inizio ufficiale del Trento Film Festival 2017.

Les Sauteurs è un documentario che tenta di spogliarsi della retorica cinematografica che spesso avvolge le opere sul tema della migrazione; e ci riesce saltando al di là della barriera che delimita Melilla, enclave spagnolo in terra marocchina, per ricadere direttamente negli occhi d’un migrante. Moritz Siebert e Estephan Wagner, registi ed ideatori del documentario, nell’agosto del 2014 consegnano ad Abou Bakar Sibidé, migrante dal Mali, una telecamera chiedendogli di riprendere il suo viaggio e quindi la vita della comunità formata da migliaia di altri migranti africani che si accampano sulle pendici del monte Gurugu sovrastante l’enclave.

E’ dunque una reale testimonianza d’esistenza di chi vive tra i boschi nell’attesa di poter raggiungere il distaccamento spagnolo. “Je sens que j’existe, car je filme (sento d’esistere perché filmo)”: filmo ergo sum, insomma.

Una documentazione cruda a livello tecnico (non priva però d'una sorprendente estetica), certo, ma prima di tutto un racconto dall’interno, un diario, scritto e non recitato dal migrante. Siebert e Wagner col montaggio si fanno mediatori, casse di risonanza d’un messaggio trasmesso direttamente dalle radure del Monte, un richiamo a non dimenticare l’uomo al di là del confine, a non scordare la persona dietro ogni migrante. E’ un appello, questo, fatto di frammenti di una quotidianità surreale volti al giorno in cui riusciranno a superare la barriera, perché – così dice Sibidé – “nel campo, la prima regola è che tutti passeremo in Europa. E su questo non si discute”.

Siebert e Wagner consegnando la telecamera a Sibidé consegnano le redini del progetto al migrante, e la scommessa si rivela vincente. Scardinando il nostro punto di vista, e ricollocandolo non solo nei suoi occhi ma nella sua persona stessa, la comunità si apre a noi attraverso di lui rivelandoci nella sua completezza l’uomo che spesso è per noi mero fattore d’un fenomeno problematico.

Il cambio di prospettiva è chiaro ed efficace. Siebert dice infatti “This film is about a change of perspective, it is not a film by northern European filmmakers about migrants, but is a film where migrant tells his story and tells it to European audience”. (Questo film si basa su un cambio di prospettiva, non è un film di registi nord-europei riguardo i migranti, ma è un film in cui il migrante racconta la sua storia, e la racconta al pubblico europeo).

Lo sguardo è quindi mosso, la telecamera balla con loro e corre veramente sia per fare la telecronaca d’un improvvisato match di calcio fra i migranti “Mali – Costa d’Avorio”,sia per scappare dalla polizia dopo l’ennesimo tentativo fallito di superare la barriera. L’immagine è viva, rumorosa, colorata ed asimmetrica come le scarpe spaiate indossate per scalare la recinzione che li divide dall'Europa: la partecipazione è totale poiché reale. In contrapposizione, appeso alla barriera, sta lo sguardo europeo: freddo, asettico, meccanico e calibrato. Una visione monocromatica, in scala di grigio delle telecamere di sicurezza montate sopra la tripla barriera che separa i migranti dalla loro meta.

(Andrea Pedrotti)

Lunedì, 13 Marzo 2017 - Ultima modifica: Mercoledì, 15 Marzo 2017

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