Berlino-Bologna A/R: Di come prima di andare occorre tornare

Pubblicata da Yanez magazine, una delle riviste di italiani a Berlino, ecco la storia di Margherita Seppi, expat trentina originaria di Casez (Val di Non)

Pubblicata da Yanez magazine, una delle riviste di italiani a Berlino, ecco la storia di Margherita Seppi, expat trentina originaria di Casez (Val di Non).

Bologna e Berlino

Arrivo dal cielo terso di Bologna, sotto al cielo terso di Bologna, e sono passati 12 anni. Dall’autobus sfilo tra le casette rosse di periferia, che mi ricordano che Bologna è di sinistra; sorpasso i boschetti di cespugli bassi, vicino ai marciapiedi, che mi ricordano che Bologna è una donna cresciuta; incrocio una, due, tre, sette chiese, che mi ricordano che Bologna si ribella, ma ha pur sempre una madre cattolica.

Ed è allora che la vedo. Una ragazza bionda, che cammina lenta, pattina quasi sul liscio del marmo dei portici.

Ed è ad allora che ritorno, ad un autunno bagnato di eccitazione pre-coitale, mentre lancio occhiate distratte ai negozi di Via Ugo Bassi, e prendo confidenza con la città.

Ho le spalle un po’ ingobbite e tengo le mani nelle tasche larghe del giubbotto, dove rimbalza il lettore cd da cui non mi separo mai. Mi sembra di sentirla ancora, la fisionomia dei tasti sulle dita. E se allargo il palmo, riesco a definire diametro e spessore.

Sto ascoltando i Bad Religion di “Generator”, il primo album che ho scaricato – giusto qualche giorno prima – da un vecchio programma P2P.  Ora, mentre mi infilo in Via Indipendenza, schivo una merda di cane sul marciapiede e mi fermo un secondo ad accendere una sigaretta, non ho idea di quanti album seguiranno, di quante cartelle si riempirà il mio computer o di quanto tempo spenderò ad organizzare tutta quella musica di cui andrò così fiera. Ma soprattutto non so di quando sposterò tutta la mia collezione su un hard disk esterno e di come, un giorno, quell’hard disk volerà contro una parete in un appartamento di Berlino, causando la perdita di tutti i dati.

Sì, perché di lì a qualche anno mi trasferirò a Berlino. Sarà un’alba lattiginosa d’estate, con un cielo lascivo che si farà intravedere solo in trasparenza. Sarò da sola ad aspettare nel bar della stazione, che più che un luogo, è un concetto e la sua clientela una metafora: da una parte ci sono i viaggiatori che hanno paura di perdere il treno e dall’altra gli affezionati, che hanno sempre avuto paura di prenderlo, un treno. Io non saprò da che lato sedermi e resterò sospesa a metà, con quell’ansia che striscia nelle budella e nella spina dorsale, e ti mette nostalgia di cose inventate, come ad esempio, la stabilità.

 

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Mi trasferirò probabilmente per gli stessi motivi che hanno spinto alcuni di voi a lasciare l’Italia, ma anche per alcuni motivi che hanno convinto altri a restarci. Avrò il terrore di rimanere intrappolata in un lavoro stabile, con un ragazzo stabile, dalla personalità stabile. Avrò il terrore di un figlio non voluto, ma capitato, più o meno involontariamente, per giustificare quell’immobilità. Avrò il desiderio di perdere l’equilibrio e di fare un salto nel vuoto, come mai avevo avuto il coraggio di fare, di perdermi perdermi perdermi, e forse ritrovarmi, un giorno.

Soprattutto, mi trasferirò perché ho sempre avuto una voce nella testa che mi dice “non può essere tutto qui”, e non se ne starà mai zitta, e non mi lascerà mai soddisfatta, né di un luogo, né di una persona, né di me stessa.

Ma questo punto della storia è solo il momento in cui sto salendo sul trampolino. Ho 19 anni, ho lasciato Trento con la certezza di averla a portata di 3 ore di viaggio, e di 10 euro e 30 centesimi di spesa, sono emozionata di quell’emozione immatura, ma già abbastanza consapevole per non essere incosciente e, in questo momento, sto varcando la porta di casa.

 

Bologna

“Casa” era un appartamento situato al secondo piano di Via dell’Orso Nonmiricordoilnumero. Via dell’Orso è un’arteria sottile che si snerva dalla Centralissima Aorta Via Indipendenza, con tutti i suoi negozi chic, pedoni eleganti, e ristoranti costosi. La flora e la fauna cambiano completamente se ci si sposta a piedi di quindici minuti verso Via Zamboni, Piazza Verdi, Via Petroni e tutto il centro universitario, insomma. Man mano che si procede i graffiti occupano sempre più spazio sui muri delle case, la difficoltà nell’evitare le merde di cane per terra raggiunge livello #Expert, e i signori con la ventiquattrore lasciano lo spazio a studenti dagli occhi arrossati e personaggi che sostano a vari stadi di barbonaggio.  

Ma io fra Via Indipendenza e Via Zamboni avevo una tappa segreta: se durante il tragitto a un certo punto deviavo a destra, incrociavo un’altra minuscola viuzza chiamata Via del Guasto. E se avevo la persistenza di superare lo stormo di punkabbestia che mi assalivano – Avete presente il ponte di Warschauerstrasse alle 20 di venerdì sera? Quello, ma in uno spazio più stretto – finivo dritta nello stomaco di un bar che fantasiosamente era stato chiamato “Il guasto”, che preparava accozzaglie chimiche a un euro spacciate per spritz, e che per coerenza aveva il cesso sempre fuori servizio.

 

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Ecco, Bologna come me la ricordo io era piena di questi posti un po’ fatiscenti, che quando ci entravi avevi l’impressione che fossero stati messi in piedi per nascondere un traffico illegale di organi, ma che presto ti convincevi che, invece, erano proprio voluti così, decadenti per principio e luridi nel cuore.

E i gestori, di solito, erano quanto di più pittoresco e surreale la natura potesse dare alla luce.

Ad esempio Salvatore, proprietario della Vereda, un circolo in Via dè Poeti, in zona Castiglione.

Salvatore era sardo, sui cinquant’anni portati male e, ad un certo punto della notte, non riusciva più nel suo incarico di dare da bere ai clienti, perché si era ciucciato tutte le scorte. Era un uomo triste, che viveva con la sola compagnia del fantasma che, secondo lui, abitava il bar. Lo vedevi riempirgli con amore bicchieri di vino, che poi si scolava lui stesso, e parlargli con un tono sempre più malinconico, finché si commuoveva, o addirittura si metteva a piangere. Aveva un giro di avventori affezionati però, che gli tenevano su il morale come potevano e gli impedivano di precipitare completamente nell’abisso. Ma Salvatore aveva anche una storia legata alle brigate rosse, una storia di lotta violenta e di prigione e il suo bar aveva accolto vari personaggi cult dell’ambiente di sinistra, come la figlia di Che Guevara, Rosa Alvarado, la leader della protesta e della resistenza degli indios in Ecuador, Juan Antonio, comandante delle Farc, le forze armate rivoluzionarie della Colombia, e Juan Carlos, tra gli organizzatori dell’attentato a Pinochet nell ’86.

Da una ricerca in Google scopro che adesso La Vereda è chiusa, immagino che lui non sia più riuscito a stare dietro ai conti, agli orari, a se stesso. Spero che sia ancora in compagnia del suo fantasma comunque, che per lui sembrava essere la cosa più importante.

Bologna assomiglia tanto a Berlino. Entrambe hanno un animo anarchico e una personalità che ti assorbe. È come se le loro strade sovrabbondassero di spirito, che ti entra dentro mentre cammini e inizia a scorrerti nelle ossa. Tu non sei nella città, tu sei la città.

Ma Bologna è anche diversa da Berlino.

Il carattere ribelle di Bologna è un riflesso politico dei suoi anni rossi, che attira ogni anno migliaia di studenti pronti alla rivolta, e a cambiare il mondo. È il fulcro universitario che alimenta il senso di appartenenza che si prova verso la città. Ma è precario, perché è costituito da persone precarie, che probabilmente se ne andranno dopo tre o cinque anni, spesso disilluse da un sistema, quello italiano, che attacca e infetta ogni entusiasmo ed ogni utopia.

Bologna, poi, ha una dimensione provinciale, tutta italiana, che a Berlino non esiste. Bologna è la cugina di campagna di Berlino e mantiene un nucleo di paese, con i vecchi che bevono il bianco al bar, e le signore che salutano per nome il proprietario del negozio in cui vanno a fare la spesa. E ti culla in questa dimensione materna, ti rassicura, ti accompagna sotto ai portici per mano.

Il Pratello, una sorta di piccolo villaggio interno che si sviluppa sulla via che collega Piazza San Francesco con la chiesa di San Rocco, impersona bene questa vena popolare.

Il Pratello faceva parte di Bologna in epoca romana, per poi esserne estromesso in età medievale. Il periodo di isolamento lo aveva reso il rifugio perfetto per criminali di ogni sorta e attività illegali d’ogni specie. C’è uno scritto di Emidio Clementi, autore dei Massimo Volume, che cattura lo spirito del Pratello meglio di quanto possa fare io:

Strada di schiavi e di puttane. Di protettori e ladri di polli. Di mangiatori di topi. Anche di gatti, ovviamente. Origini oscure. Suburbia. Suburbia anche dopo, una volta inglobata alla città. Addossata alle mura. Terrorizzata dai mutamenti. Quasi campagna e quasi città. Rifugio di giocatori d’azzardo, esperti in truffa alla francese, preti, uomini arrapati, alcolizzati, cacciatori di topi, spie, travestiti. Fame perenne. Regno del precariato. Indolenza nel corso dei secoli”.

 

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Non so se i luoghi riescano ad assorbire, a trattenere in se stessi la storia che li popola, per poi rilasciarla lentamente in epoche diverse, influenzando altre vite. Ma, se così fosse, questo sarebbe sicuramente il caso del Pratello, che ha conservato un carattere speciale, fatto di un compromesso fra protesta, disordine e illegalità.

Bologna ha anche i suoi matti, altro archetipo rubato dalla realtà di paese, e il Pratello ha l’onore di ospitare la Contessa dei Pazzi.

La Contessa Melania è una donna dall’età imprecisata, una creatura notturna, una sorta di befana urlante che infesta il Pratello con le sue grida. Si dice fosse una puttana d’alto borgo, ma le storie su di lei sono innumerevoli e nessuno sa per certo quale sia la versione reale. Quel che è certo è che, ad un certo punto della sua vita, un uomo deve averle fatto qualcosa di terribile, perché il suo odio per il genere maschile è superato forse solo dal suo amore per gli abiti succinti, per la sua giarrettiera rossa, e per le bevande ad alta gradazione alcolica. Il massimo divertimento della Contessa è inveire contro gli uomini che bevono nelle osterie e poi prenderli a schiaffi, irrompendo subito dopo in sonore e soddisfatte risate da strega. Il suo motto “Vaffanculo, siete tutti stronzi!” riecheggia nella via per ore durante la notte, e lo si sente anche da casa, con le finestre chiuse. Melania la conoscono tutti, e nessuno fa più tanto caso ai suoi gesti da folle. Basta sapere che si deve stare lontani dalla portata del suo ceffone.

Scrivendo di Bologna mi stupisco di quante cose mi stanno ritornando in mente, che avevo dimenticato. È doloroso, perché tante di queste memorie le ho rimosse volontariamente e non le voglio riportare a galla. Ci sono cose di me, legate a quegli anni, che ho voluto cancellare, che per tanto tempo ho finto non esistessero. Altre cose, invece, sono dolorose da riportare alla memoria, perché sono state così intense che oggi mi straziano, perché mi fanno ricordare quanto fossi fragile, a volte insensibile, e maldestra nei sentimenti.

Bologna è stato il primo amore che non si è ancora pronti a vivere, perché si ha troppa paura di farsi male. L’ho osservata dagli scalini di Piazza Maggiore, come osservavo, per ore d’estate, i suoi passanti, e l’ho amata come fosse un dipinto. È stata l’incubatrice della mia allergia alla permanenza, una partner cerebrale che mi ha esercitata alla solitudine e mi ha mostrato quanto cara la stavo pagando, la pace che stavo vivendo.

Bologna, in definitiva, mi ha preparata a quel salto verso Berlino che avrei compiuto 10 anni più tardi, quando avrei deciso che l’Italia e quello che avevo in Italia, non era abbastanza, e in verità non lo era mai stato.

Sarei arrivata a Berlino di maggio, in treno, sarei scesa ad Hauptbahnhof e mi sarei affacciata dall’enorme vetrata che si proietta sulla città.

Avrei capito subito che, questa volta, si trattava di un altro tipo di amore.

 

 

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Berlino

L’impatto con Berlino è stato un’esplosione nucleare. Sono volati pezzi di me ovunque e si sono sparsi in tutta la città, penetrando nelle fondamenta che la sorreggono, scorrendo per le tubature che la dissetano, fertilizzando l’erba dei parchi che la fanno respirare. Sono entrati nelle crepe dei muri di questi edifici vecchi e malandati, sono saliti in alto, nell’aria grigia e spessa come la pelle di un elefante, sono andati giù nelle Keller sotterranee, nei locali imbucati che si vergognano a farsi vedere di giorno, come i ladri, come le puttane, come i loro clienti.

Sono sicura che c’è un pezzo di me a Genterstrasse, dove ho abitato con Lisa, Lisa dagli occhi e i capelli blu e dai due furetti impazziti, che viveva come un elfo, che amava raccogliere le bacche e suonare male la chitarra, che dipingeva le pareti di casa anch’esse di blu e sorrideva sempre largamente, con trasporto.

Un pezzo è ad Alexanderplatz, nell’orribile, sgraziata Alexanderplatz, manifesto del grigiore e dell’asfalto, ode alle forme squadrate e spente, monotone, agli spazi vuoti e alle insegne al neon dei suoi negozi scadenti. Ma è anche nell’Alexanderplatz della canzone di Milva, che ha suonato mille volte in quell’appartamento di Lichtemberg, dove cantavamo sempre, dove portavamo sconosciuti trovati nei bar alle sei del mattino a bere vino, fino a quando ci hanno cacciati.

Un altro è in una casa su tre piani a Weissensee, vicino al lago, dove mi hai portata per mano quando ti ho conosciuto, dove saltavamo sui letti e sui divani, e correvamo tra le tende di velluto rosso, mentre qualcuno suonava, qualcuno dipingeva e qualcuno ballava, e noi ce ne siamo stati sotto alle coperte per quindici giorni filati, inebriati, ché era inverno, ché io non avevo un lavoro e tu un lavoro non l’avevi mai avuto, e quel pezzo che ho lasciato là è sicuramente un ventricolo, o l’atrio, o comunque una parte del cuore.

Mi sono chiesta tante volte da dove venga questo fascino brutale di Berlino, questo suo essere femme fatale, che però ammalia solo qualcuno, mentre lascia altri indifferenti, se non addirittura delusi.

Non mi avventurerò in sistematizzazioni sociologiche, che non sono il mio campo, e non parlerò di argomenti abusati, come i club, le droghe, l’apparente assenza di giudizio trasversale, che non dovrebbero più essere il campo di nessuno, quindi mi limiterò a scrivere del mio innamoramento, sperando che qualcuno di voi possa empatizzare.

Nella necessità di concettualizzarlo, direi che il mio amore per Berlino si è formato passando per due momenti essenziali, che chiamerò Complessità e Rivoluzione.

Berlino è complessa perché si sviluppa su una falda schizofrenica, divisa da questa crepa fra Est e Ovest che trasuda sofferenza, e simboleggia una separazione dolorosa e un’unificazione tormentata, arrivata con lacrime e infinito sollievo, ma avvenuta tra due pianeti in guerra, anche se composti dalla stessa umanità. Berlino è stata Uno, si è sdoppiata, ed è ridiventata Uno in pochissimo tempo, attraversando un movimento dialettico di sintesi e auto-superamento che non può essere che traumatico e profondamente trasfigurante. E tutto ciò si sente, è palpabile in ogni quartiere, in ogni pezzo di strada e di muro, e si rispecchia negli occhi di tutta questa gente che ha vissuto il dolore, il sollievo e il cambiamento, o li ha assorbiti attraverso le generazioni, o magari li ha solo letti su un libro, ma una volta arrivata qui li ha anche interiorizzati. Non si può non amare, non voler prendersi cura, di una creatura percossa che sta guarendo e che ti sta accogliendo fra le sue pieghe.

Berlino è complessa anche perché è una ragnatela di subculture e una tana di pazzi. Se Bologna aveva qualche matto sparso qua e là ad infestarle le strade, Berlino ha un esercito marciante di folli che l’hanno conquistata. I folli di Berlino lo sono perché non si vergognano, perché quando ti parlano ti guardano negli occhi, perché ti abbracciano, e si leccano le ferite come i cani, senza nascondersi, davanti al tuo muso.

Tanti sono folli perché hanno sofferto troppo e, da qualche parte si sono rotti a metà, sono folli perché sono scappati da qualcosa di spaventoso che li stava ammazzando, e lo hanno fatto appena in tempo, portandosi dietro i fantasmi delle loro paure. Altri ancora sono folli perché sono sempre stati gli emarginati, i maltrattati, gli esclusi, e i derisi. I non compresi.

 

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Berlino è una sorta di Nuova America, dove emigra chi vuole cercare fortuna, chi viene perseguitato in patria e, soprattutto, chi vuole cambiare le cose.

Ecco perché Berlino è rivoluzionaria: perché lei è la sua gente, e la sua gente è pronta per la rivoluzione.

E, a differenza di Bologna, qui di solito la gente ci viene per restare, per ricostruirsi e ricominciare da capo.

Forse della rivolta c’è ancora solo un germe o forse la mia è solo un’intuizione sbagliata, ma ho l’impressione che chi arriva qui, spesso lo faccia non solo con l’idea di cambiare se stesso, ma anche per cambiare il mondo. E chi arriva qui con la sola idea di cambiare se stesso – come ho fatto io – finisce per essere influenzato da quelli che sanno guardare un po’ più in là del proprio culo.

Mi azzardo a prendere una posizione opposta da chi sostiene che a Berlino la dimensione individuale prevale su quella collettiva, da chi vede solo egoismo e superficialità nelle relazioni che si intrecciano, perché differenti da quelle che siamo abituati a vivere. Siamo sospettosi perché spesso le relazioni a Berlino non sono permeate dalla sicurezza che sostiene i nostri rapporti di amicizia canonici (quelli che spesso finiscono con l’immobilizzarci nel ruolo che ricopriamo nella “cerchia”). Oppure storciamo il naso perché queste relazioni non ci danno la stabilità che si trova nei nostri legami di coppia (quelli che spesso diventano più vicini alla dipendenza che all’amore).

Con questo non mi riferisco alle coppie aperte, o alle amicizie strette all’alba in un club. E non sto neanche dicendo che il tipo di relazioni a cui siamo abituati e quello che si va formando qui si escludano a vicenda.

Quello che voglio dire è che credo che la dimensione relazionale di Berlino stia nascendo sul germoglio di una nuova filosofia comunitaria – nuova per lo meno nell’impianto sociale corrente – e si basi su un sentimento di condivisione puro.

C’è uno spirito di solidarietà e di spinta al miglioramento, qui, che io non ho visto in nessun altro luogo. E lo vedo in tutti i progetti di case-comunità che spuntano come funghi per sperimentare regimi di vita diversi, nell'impegno alla sostenibilità, nelle manifestazioni di protesta o di solidarietà a proteste lontane, nella cultura del riuso, dello scambio, del regalo, nelle lotte per i diritti dei più deboli, degli emarginati, dei discriminati, degli animali, e anche nella considerazione delle filosofie orientali come strumento utile al cambiamento. Questo crea un modo diverso di rapportarsi all’altro, che ha in sé già dal principio un substrato di fiducia, perché già dal primo incontro si basa su valori etici condivisi.

Naturalmente questa è una visione ottimistica, che volutamente tralascia le estremizzazioni delle pratiche qui sopra elencate e le loro stereotipizzazioni. Quello che voglio far capire, senza entrare troppo nel particolare, è che il secondo motivo per cui mi sono innamorata di Berlino è che qui – forse addirittura per la prima volta – mi sono sentita compresa. E mi sono sentita compresa più di frequente, in modo intuitivo, da sconosciuti incontrati per caso, che dalle persone che mi conoscono da sempre.

Il mio innamoramento per Berlino dura da quasi tre anni, il che è spettacolare, perché di solito il mio innamoramento per una persona dura dai tre ai quattro mesi.

Ma in verità, non ho mai pensato di fermarmi.

Negli ultimi tempi, poi, le farfalle nello stomaco si sono tranquillizzate, il freddo si è fatto più freddo, quando giro di notte non vivo più le avventure alla After Hours di Scorsese, in cui prima non vedevo l’ora di buttarmi con gli occhi chiusi e le mani dietro la schiena.

E poi lei si è ripresentata. Quella voce che dice “Non può essere tutto qui” è tornata a darmi spinte sulla schiena, una mattina mentre andavo al lavoro, qualche settimana fa.

Allora ho preso un autobus, ho macinato 26 ore di viaggio in 4 giorni per andare a casa e tornare, ho fatto tre ore di coda in Questura, e ho richiesto il passaporto, di fretta, perché il termine di presentazione delle domande era vicino. Una decina di giorni dopo mi sono trovata a fissare sullo schermo del computer una e-mail, che confermava il mio visto per l’Australia.

Berlino è stato il primo posto che ho chiamato “casa”. È stato un amore pericoloso e violento, la mia dipendenza trasfigurata in città, è stato un boato, uno sparo che ha illuminato tutto di una luce affilata e con un rumore pesante ha svegliato parti di me che non sapevo di avere.

Ma il problema è che non sono pronta a chiamare “casa” nessun posto, come non sono pronta a chiamare “amore” nessuna persona.

Allora non ha senso rimanere se non è il tempo, rischiando di forzarmi in un ruolo stabile che mi renderebbe di nuovo infelice e smorzerebbe tutto il sentimento che provo. Quindi parto di nuovo, prima che mi stufi, riservandomi il lusso di poter tornare, prima o poi, in un luogo che ancora amo e che mi aspetta.

Che poi, ho ancora un sacco di pezzi di me sparsi dappertutto, da recuperare.

(articolo di Margherita Seppi, illustrazioni di Luca Di Battista, Yanez magazine, 2/11/2016)

Lunedì, 14 Novembre 2016

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