Linda Rigotti - Il tempo proprio del viaggio e della montagna

Linda Rigotti è nata a Tione nel 1982 ed è una delle artiste chiamate a esporre alla mostra Generazione Erasmus, conclusasi la prima settimana di dicembre (qui la recensione). Abbiamo avuto il piacere di incontrarla un grigio venerdì di qualche settimana dopo a Riva del Garda, dove ci ha raggiunti direttamente da Bologna.

Linda Rigotti è nata a Tione nel 1982 ed è una delle artiste chiamate a esporre alla mostra Generazione Erasmus, conclusasi la prima settimana di dicembre (qui la recensione). Abbiamo avuto il piacere di incontrarla un grigio venerdì di qualche settimana dopo a Riva del Garda, dove ci ha raggiunti direttamente da Bologna.

Linda, rispetto a Martina (qui e qui potete leggere la sua intervista), è cresciuta in un periodo in cui lo studio all'estero non era ancora una pratica così affermata e quindi per lei il viaggio significa, ancora e prima di tutto, muoversi per conoscere un'altra cultura, per il significato stesso di viaggiare anziché spostarsi (semplicemente) per studiare da un'altra parte. Fondamentale per lei è stato il viaggio compiuto terminate le superiori, durato tre mesi e in solitaria. A detta sua, la ricchezza di questa esperienza ha “placato” momentaneamente la sua sete di spostamento; eppure, mentre cercavamo di accordarci per l'intervista, la sua natura nomade ha fatto capolino e mi ha scritto: “io ora lavoro soprattutto a Bologna, vero è anche che comunque da un po' non ho un unico luogo e il mio studio è un poco spezzettato qua e là in attesa di sede fissa (anche se io resterò più nomade). Sarò così a mio agio pensando di essere "nel mio studio" anche in un bar o camminando per qualche sentiero. Scegliamo un luogo da cui si vedano montagna e lago?”.

E così eccoci a chiacchierare sulla riva del lago di Garda.

Mi sembra di capire che, a differenza dei tuoi colleghi della mostra, le tue esperienze all’estero sono state legate a collaborazioni e residenze d’artista, piuttosto che a periodi formativi. Hai mai pensato di trasferirti all’estero? Come mai sei rimasta in Italia?

Non ho mai pensato di trasferirmi all'estero perché credo ci siano vari motivi per cui una persona parte: c'è chi parte in maniera molto determinata in cerca di uno studio o di un lavoro preciso oppure c'è un temperamento proprio del viaggio in sé, che raccoglie qualsiasi cosa possa accadere durante il percorso. C'è chi ce l'ha nonostante il lavoro o lo studio, e io credo di essere più di questa parte: non son partita da casa mia, San Lorenzo Dorsino, solo per lo studio. Sono partita in maniera più aperta per il viaggio, per cercare e poi chiaramente perché li non mi bastava più quello che avevo trovato. Ho preferito, per mio temperamento, avere alcuni luoghi fermi in Italia dai quali muovermi per brevi periodi. Non sono mai partita per un Erasmus, forse perché sono un po' più vecchia degli altri, ma soprattutto perché ho fatto un viaggio prima di iscrivermi all'università che mi ha molto formato e toccato. Sono partita da sola a 19 anni per l'Argentina e sono stata tre/ quattro mesi e poi ho fatto altri giri in questa sorta di anno sabbatico. Un po' mi è bastato e poi è un altro tipo di viaggio, che mi sono portata e lavorata dentro per gli anni successivi e non ho sentito l'esigenza di andare via in un'altra maniera.

Nel tuo confronto con l’estero, hai notato pratiche o approcci diversi all’arte rispetto al tuo Paese d’origine?

Sì. in particolare forse con la Germania, dove ho fatto una residenza a Forcheim. Almeno nell'esperienza che io ho avuto – non so se si possa espandere a tutto il territorio tedesco – durante questa residenza c'è stata un'attenzione un po' più puntuale sul lavoro degli artisti coinvolti che ci ha dato importanza e aiutato ad andare avanti e lavorare meglio. Ogni giorno arrivava la tv o radio locale per capire cosa stavamo facendo, per informarsi… questa attenzione del territorio di Forcheim e Norimberga (che in parte finanzia questo tipo di lavori) su come si spende il denaro per la cultura mi ha fatto sentire piacevolmente partecipe di una comunità. Spesso in Italia si attivano iniziative e poi non c'è un momento di restituzione, di osservazione dei risultati finali, di com'è andata e cosa si può migliorare, i motivi per cui si fanno le cose (siamo pieni di eventi, ma...).

Come mai hai scelto di insediarti a Bologna anziché a Trento? Hai trovato un clima culturale più fertile?

Quando sono partita per Bologna non sapevo precisamente cosa andavo a trovare. Sapevo solo che volevo andare verso sud, era la mia unica indicazione; per sperimentare anche un tipo di relazioni umane diverso da quello che c'è qua e che mi spaventava anche, venendo dalle montagne (il rumore mi ha sempre dato fastidio, però l'ho anche cercato perché volevo mettermi alla prova, sapere anche districarmi in altre situazioni perché qui ero molto comoda…). Verso sud un po' anche per banale impressione di altro colore, calore e di rosso.

Bologna è stata un po' il tuo estero. E' arrivato il momento della disillusione? Quel momento in cui sei lì da un po' e le aspettative con le quali sei partita si scontrano con la realtà.

Se si è una persona con un'inquietudine di ricerca, non ci si ferma da nessuna parte. Non sono partita pensando che a Bologna avrei trovato chissà cosa; avrei trovato altre cose e così è stato. Sto bene ma so che non sono ferma, potrei cambiare come no. Ma muoversi non significa non avere una radice. Mi piacciono le radici… solo radicandosi si può andare a fondo delle cose. Spostarsi in continuazione credo che faccia rimanere un po' in superficie, perciò mi interessa avere uno o due luoghi come ho adesso (qua e Bologna) dove ho una mezza radice per poi, se voglio, spostarmi per brevi periodi.

Non sono disillusa. La disillusione dipende da chi si sposta.

Ti sei trasferita a Bologna, ma le tematiche che affronti e il tuo linguaggio rimandano al tuo luogo d’origine, il Trentino. Autoritratto, 2012/2017 è una specie di manifesto, in questo senso. C’è un immaginario bolognese che sta entrando nel tuo linguaggio?

No. il mio tema è rimasto a lungo la mia terra natale anche per varie vicende esistenziali mi sono anche un po' autoesiliata, perciò il mio legame è sempre rimasto molto forte. Ho sempre amato molto la montagna, per cui stando a Bologna ho sempre parlato delle montagne e della mia terra per sentirla anche lì e cercare di unire questi territori dentro di me. Non credo che stia fiorendo Bologna come immaginario ma qualcosa di non localizzato adesso. Bologna è un luogo di passaggio per tante persone e non potrà mai essere la mia radice, che è qui.

La montagna, infatti, è una presenza e un simbolo molto costante nelle tue opere. E appare come un luogo misterioso e a tratti oscuro, archetipico. Hai mai riflettuto sulla tua visione così antitetica rispetto a come si rappresenta il Trentino?

Certo. Be', l'immagine con la quale il Trentino spesso si rappresenta è proprio quella dalla quale sono scappata. Quell'immagine un po' commerciale, turistica e bucolica della montagna non mi apparteneva o comunque non era come la vedevo io. Poi comprendo che è anche quello … Dovendo esprimere la mia soggettività – i lavori esposti in mostra sono soprattutto degli anni passati, la mia visione era più romantico-nostalgicodecandente - a lungo sono scappata da quel tipo di immaginario così lindo e pulito, anche perché dietro all'immagine così superficiale si nascondo storie di persone e comunque fatiche del vivere in montagna. Non è un luogo così solare e comodo (ride).

In Lama 1/ Lama 2/ Lama 3 + Virgin action colpisci metaforicamente la montagna. Che significato ha questo gesto?

Quello è un lavoro che ho fatto a conclusione di un lungo percorso dove il protagonista principale è il Misone (Val Giudicarie), che è la montagna che vedo dal poggiolo di casa mia e che per me indicava il sud, trovandosi esso a sud. In mostra c’era solo una parte del mio lavoro ma io, per cinque anni, ho portato avanti questo lavoro molto biografico che parla della montagna, della mia famiglia e della mia storia e in questa montagna vedevo il luogo che tutto sapeva e vedeva. Lei è anche questo grande pezzo di roccia e di pietra dove si sedimentano tutte le storie, anche quelle che non si vogliono far vedere appunto perché lei, da là, vede tutto. E così l’ho disegnata a lungo, ho fatto molti video e l’ho interrogata molte volte per tanto tempo. Alla fine mi sono stufata... mi sono arrabbiata (ride) e così, per amore/ odio/passione/distruzione, ho deciso di spararle addosso (ride) per dirle basta, perché mi aveva detto tante cose e avevo capito tante cose. Alcune cose erano anche un po’ pesanti e fastidiose. Così ho realizzato questo performance aperta durante la quale ho sparato addosso alla stampa del mio disegno del Misone.

Misone, 2011, disegno grafite su carta

Pensi che il tempo della montagna (che ha i suoi ritmi, i suoi tempi lenti e altri rispetto alla vita della città) abbia influito sulla tua scelta del disegno come mezzo esplorativo e conoscitivo per eccellenza?

Molto. Per fortuna o purtroppo il tempo della montagna è il mio. Mi affascina molto e in alcuni momenti mi è anche fastidioso, però ormai è così e sono anche la terra in cui sono nata. Mi piace perché nella lentezza si sentono e si vedono molte più cose – poi forse anche nell’estremo opposto: gli estremi rivelano sempre cose interessanti. Anche nel tempo che mi sono presa per disegnare il Misone (molti giorni, molte ore) uno degli scopi era anche ascoltare le voci che mi ruotavano attorno mentre disegnavo e forse il tempo del disegno è uno dei tempi più belli del mio lavoro (ride).

Molte tue opere si focalizzano sul gesto lento e sull’attesa, sull’imparare: l’indagine di queste tematiche, tra l’altro molto attuali, da quale bisogno scaturiscono?

Sempre dal bisogno di andare in profondità o di cogliere le cose vere, che stanno più sotto perché anche in natura le cose in superficie girano più velocemente e quelle in profondità più lentamente. È bene conoscere entrambi. Spesso il moto primo viene da sotto e tutto il resto viene di conseguenza e dunque conoscere il moto primo è più faticoso, però forse ci indirizza con più forza sulla strada dell’ amore delle cose e della terra.

L'intervista è conclusa, grazie Linda. Ciao e alla prossima!

Lunedì, 05 Febbraio 2018

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