"Sono un'ostetrica che adora il suo lavoro e ama il mondo".

"Tutte le tue domande mettono con le spalle al muro ma sono lieta di guardare dentro, e raccontarmi. In fondo è una gratitudine che caratterizza la mia vita, perciò non posso tenerla solo per me."

Sono Lucia. Ho trent'anni. Sono un'ostetrica che adora il suo lavoro e ama il mondo.

Tutto è iniziato quando in quarta superiore ho letto la vita di un chirurgo, Enzo Piccinini, che in una testimonianza in cui raccontava del suo lavoro, riportava un pezzo di dialogo con un amico, che davanti ad una sua strepitosa e incredibile operazione dice: "Grazie Enzo, perché sei stato strumento di un miracolo". Da quel momento non ho desiderato altro per la mia vita. Volevo essere strumento di un miracolo sempre. Ho pensato di diventare chirurgo, ma la strada era troppo lunga per una che voleva mettere le mani in pasta subito. Con l'aiuto di un'amica ostetrica  mi è stato possibile frequentare il reparto maternità' di Trento, mentre ero ancora diciottenne, con un gran casino in testa ma con la voglia che la mia vita diventasse una cosa grande. Un giovedì (i giorni che ti cambiano la vita li ricordi fino ai particolari), vedo il mio primo parto. Mi innamoro. Corro a casa dai miei: "mamma, papà, da grande saro' ostetrica". 

Studio come una matta, passo il test, e inizia l'avventura della triennale di ostetrica a Brescia. Faccio una tesi sperimentale che inizia già' il secondo anno, dopo aver conosciuto un'infermiera mugandese, matta di vita, studiando la consapevolezza delle gravide sieropositive rispetto alla trasmissione del virus HIV attraverso il latte materno. Vado in Uganda, a vedere con i miei occhi, parlando metà acholi e metà inglese, tra le capanne dei villaggi e l'ospedale, a studiare, a intervistare le donne, a fare councelling, a lavorare nella sala parto dell'ospedale locale. Quest'esperienza farà piazza pulita di tante cose superflue che incasinavano il cuore. Per la laurea concludo la ricerca tornando a Kitgum, e da lì posso mettere la mano sul fuoco che il mal d'Africa esiste!

Fresca fresca di laurea, nel novembre 2010, il Collegio delle Ostetriche di Trento rende noto un reclutamento da parte dell'ospedale di Milton Keynes, città del sud-est dell'Inghilterra, per il reparto di ostetrica. Al tempo ero impegnata in una relazione. Mi sono confrontata e lui mi ha lasciata partire. Ho fatto un anno nell'ospedale di Milton Keynes: ospedale incasinatissimo, nuova cultura, primo lavoro, lingua diversa, famiglia, moroso e amici lontani. E' stato un viaggio molto in salita, dove ho provato la solitudine dentro le quattro mura di un'accomodation d'ospedale, ma dove è iniziata a crescere in me la sete infinita di bellezza che il mio lavoro mi metteva addosso. Una sete impossibile da placare. Quel "lui" mi richiama a casa, con una proposta e dei progetti grandi in due.

Rientro in patria. Per un anno copro delle maternità in Trentino lavorando, per la prima volta da ostetrica e non da studente, su suolo italiano. Noto le differenze, la diversa autonomia dell'ostetrica, la diversa gestione del rischio, il ruolo del medico molto più presente anche in un percorso fisiologico di gravidanza dove in Inghilterra dei dottori non si sarebbe neppure vista l'ombra, infatti era tutto tra le mani, nella capacita' decisionale, nell'azione delle ostetriche. Con quel "lui" non va. Anche l'ospedale mi lascia a casa all'improvviso per un "casino burocratico": l'ostetrica di cui stavo coprendo la maternità stava già rientrando dall'allattamento e non era nel pieno della sua gravidanza come mi avevano detto alla firma del contratto. Questo fatto mi ha lasciato un'amarezza in bocca che non è ancora andata via. Nel giro di un mese la vita mi aveva tolto i miei due Amori di prima categoria, quelli con la "A" maiuscola, come li intendevo io, il moroso e il lavoro. Un grande dolore e senso di inutilità mi aveva invaso, facendomi vedere solo buio.

Vado in Brasile, aggregandomi last minute ad un gruppo di trentini che sta andando alla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio. Io però non torno con loro. Dentro l'abbraccio paterno di un grande amico, in Brasile da una ventina d'anni, i pezzetti di me iniziano a ricomporsi, come un puzzle. Mi manda tra le ragazze madri delle favelas a raccontare loro come siamo fatte, perché arrivavano da me con un figlio in braccio, senza sapere che cosa fosse un utero. Ho raccontato loro della perfezione che siamo. Un'infermiera della favela un giorno mi ha commentato: "Sai cosa stai facendo Lucia? Stai facendo scoprire loro a loro stesse. Queste ragazzine non permetteranno più a nessuno di metter loro le mani addosso, perché ora sanno quanto valgono". In Brasile nasce prepotente il desiderio di crescere come donna e come ostetrica, e tra tutti i posti in cui avevo lavorato, il Regno Unito sembra la risposta. Mando un po' di applications, faccio esami scritti, intervista e mi trovo un contratto a tempo indeterminato tra le mani (un po' un'altra cosa rispetto ai concorsi italiani...). Nel luglio 2014 inizio a lavorare a Romford, sobborgo a nord di Londra. Lavoro lì per due anni, poi, soprattutto per avvicinarmi a certi amici grandi, mi sposto nel cuore della city, mi prendono a lavorare al Saint Thomas Hospital, centro d'eccellenza per l'ostetrica e la neonatologia per tutta l'Isola, dove lavoro tutt'ora.

La domanda più frequente tra noi amici italiani all'estero è: "tu quanto ti fermi?", la mia risposta è: "per sempre". Finché il buon Dio non mi chiede di andare da qualche altra parte, tutto per ora mi dice che Londra è casa. Sono in UK da quattro anni filati ormai, e dopo aver tanto girato il mondo sento che qui sono al mio posto. Tanto hanno fatto certi rapporti pazzeschi che sono nati qui, l'aver incontrato il Sergio: l'uomo che mi fa venire su dalle viscere di amare. E con il quale la vita si sta facendo una cosa grande. Poi certe giovani famiglie di amici che vivono qui da dieci, quindici anni: io li guardo. E mi viene su da dire "Perché no?". E poi il mio lavoro: la possibilità di giocarmi, di impastarmi col mondo, con tutte le culture (perché qui se ne vedono davvero di tutti i colori), la possibilità di crescere professionalmente, di sentire su di me un giudizio di stima e di essere supportata nelle mie scelte, di appartenere dopo ogni travaglio ad una nuova famiglia, di entrare nel dolore e nella gioia delle mie donne, la possibilità di avere la divisa bagnata di sudore, di sangue e di liquido amniotico e amare la vita pazzamente, desiderando di impegnarmi ancora di più con essa.

Piano piano ho iniziato a parlare un italiano tutto mio. Lo vedo soprattutto nelle espressioni dei miei famigliari o degli amici quando faccio un tour italiano ogni tanto, che mentre racconto ridono o si chiedono l'un l'altro "secondo te cosa intende con sta parola?", perché ormai è tutto, inglese, italiano, spagnolo e portoghese, è tutto mischiato assieme. Vi sarà nota la leggenda che il popolo inglese è un popolo freddo. E' tutto vero. Ma davanti a una che ti vuol solo volere bene, anche il cuore più insensibile o barricato si spacca. Soprattutto in un momento così particolare, intimo e delicato come è quello della gravidanza e del parto. Basta farle ridere e far vedere che daresti la vita per loro, che la diversità culturale, i chilometri, le tradizioni sono bruciate ed esaltate contemporaneamente. E nasce una bellezza nuova, un ponte, un'unione che è per sempre.

Vivere a Londra è mettere in conto un'ora minimo per andare a trovare un amico e pensare che sei fortunato se devi

cambiare solo tre metro, è girare in bici finché diluvia, esaltarsi per una pasta allo scoglio nel ristorante pugliese sulla riva del Tamigi, è fare i tuoi commenti sul modo imbarazzante in cui va conciata la gente tanto non ti capiscono (incontrando puntualmente l'italiano che ti manda a quel paese), è andare al mare alle bianche scogliere di Dover dove se ti vuoi fare il bagno devi essere un pazzo perché il Mare del Nord non e' proprio rinomato tra i mari più tiepidi (io l'ho fatto!), è bere il té a tutte le ore anche se non ne hai assolutamente voglia perché sennò chi te lo offre ci rimane male se rifiuti, è non scandalizzarti se mentre cammini per strada quello al tuo fianco è in pigiama, quell'altra indossa pelliccia e flip flop e l'altra ancora ha i capelli rosa e un cerchietto con un unicorno, è cercare le mie Dolomiti tra le alture del Kent o nei parchi in salita, è ridere come un bambino quando c'è il sole e mangiare avena come se non ci fosse un domani, mangiare burger o fish and chips alle sei perché alle dieci la cucina chiude, è pagare cinque pound per un pacco di gocciole e sentire che hai fatto l'affare del secolo, perché le gocciole fanno "casa".

Dopo quattro anni,  la familiarità con gli amici italiani, quelli di tutta la vita, è cambiata. Con certi ti vedi una volta all'anno (ogni volta che torno in Italia sembro in pellegrinaggio di città in città per ritrovare quegli amici che sono come le colonne di un tempio, portanti e imprescindibili), ed è come se ti fossi lasciato il giorno prima. Altre amicizie sono nate nuove, nelle circostanze più strane in cui la vita ti mette, altre si sono perse, con dolore. Anche il rapporto con la famiglia cambia. A volte mi sento un po' un'avventuriera, o una missionaria, con i miei  genitori e i miei fratelli (che vivono tutti a Trento, mia città natale) che mi aspettano, coi miei racconti e le mie pazzie da regalare loro. Stare davanti alla morte e alla malattia che accadono lontane da te, di certi tuoi cari, quella è una cosa che scava, e ti fa richiedere se vale la pena vivere tutto a distanza.

Io sono stata oggetto di una grande preferenza, una grande grazia la chiamerei. Fin da bimba sono venuta su in una famiglia cattolica, ne ho imparati e fatti miei i valori, ho incontrato il carisma di don Giussani, fondatore del Movimento cattolico di Comunione e Liberazione, e quel carisma sono andata a cercarlo, o mi ha trovato, in tutti i viaggi che ho compiuto, dall'Uganda alle varie città italiane, dal Brasile all'Inghilterra. Cercavo "quelli del movimento" e incontravo qualcuno che già mi voleva bene. Questa è stata una certezza che mi ha permesso di muovermi senza paura per il mondo, e mettere le mie radici, spavalda e sfacciata, certa di un bene alla mia vita.

Il vivere in un paese straniero ti chiede, spesso senza chiedere il permesso, di giocarti in prima linea, di "fare le cose con la banca" o gestirti l'affitto e le bollette, cose che prima faceva il papi, ti chiede di fare dei giri di parole assurdi e infiniti per dire una roba che in italiano e' semplicissima, ti chiede di reimparare ciò che pensavi già di sapere. Ti mette con le spalle al muro, sempre. Tutto è come più definitivo, perché non hai l'airbag della famiglia, della società, degli amici di sempre a proteggerti. Sei più nuda. Ma per me questa è stata una ricchezza. Sono venuta fuori di più io, la vera me. In ospedale, in chiesa, per strada, al supermercato, la gente è così abituata alla multiculturalismo, che non ci fa caso. Non è motivo di scandalo o di sguardo storto. C'è come un'apertura e una disponibilità di fondo che non ti fanno sentire diversa. Anche post Brexit, quando ancora concretamente non è cambiato nulla. Ma se si mettono a mandare a casa i non inglesi dalla sanità, crollano gli ospedali nel giro di uno schiocco di dita.

Guardando indietro, facendo a ritroso i passi, viene su una grande gratitudine per come la strada è stata pensata, tracciata da una mano saggia. Ogni scelta, ogni strappo, ogni scoperta, ogni dolore si sono svelati, negli anni, pieni di senso, ho capito che erano proprio per me, perché il tempo e' amico del vero.

Ora, quando alle cinque del mattino suona la sveglia, mi preparo per le mie 13 ore di turno, e sfreccio in sella alla mia bicicletta curiosa di cosa invaderà la vita oggi.

Martedì, 02 Ottobre 2018 - Ultima modifica: Lunedì, 08 Ottobre 2018

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