Laowai

L'appellativo con cui i cinesi sono soliti chiamare gli stranieri nel loro Paese è “laowai”. In origine, questa parola aveva probabilmente una connotazione negativa e si riferiva specificatamente alle persone che provenivano dal lontano Occidente. Oggi, questo termine non possiede più quest'accezione di diffidenza o paura, inoltre viene utilizzato anche per indicare coloro che sono di un'altra nazionalità asiatica.

L'appellativo con cui i cinesi sono soliti chiamare gli stranieri nel loro Paese è “laowai”. In origine, questa parola aveva probabilmente una connotazione negativa e si riferiva specificatamente alle persone che provenivano dal lontano Occidente. Oggi, questo termine non possiede più quest'accezione di diffidenza o paura, inoltre viene utilizzato anche per indicare coloro che sono di un'altra nazionalità asiatica. È possibile trovare l'espressione laowai sui libri di scuola, su giornali e riviste ed è diventato praticamente un sinonimo di waiguoren, “straniero”, parola che ha un'accezione assolutamente neutra. Tuttavia, durante il mio soggiorno in Cina, ho avuto modo di constatare in prima persona che la quantità di sfumature che può assumere questo termine è pari solo ai diversi modi con cui viene percepita la presenza di individui non connazionali.

Il rapporto con lo straniero è vario e multiforme in qualsiasi Stato del mondo, ma credo che il grado di ambivalenza che si riscontra nella Repubblica Popolare Cinese sia davvero peculiare, così come la condizione di chi viene a vivere in questo Paese giungendo da Ovest.

La mia personale esperienza è sempre stata per lo più positiva e, una volta superati i vari ostacoli burocratici e lo shock culturale iniziale, il mio soggiorno nell'ex “celeste impero” mi ha resa entusiasta. Naturalmente, quando ti prepari a partire alla volta di un luogo così lontano dalla tua casa, cominci a riflettere sul fatto che non sarai il solo a notare delle differenze nell'ambiente che ti circonda, ma anche coloro che ti ospitano vedranno in te un “alieno” con il quale mettere a confronto la propria identità culturale. Penseranno che sono strana? Quale stereotipo sulla mia nazionalità sarà più popolare? Avranno paura di me? Queste sono solo alcune delle domande che ci si potrebbe porre mentre si percorre il noiosissimo iter per ottenere un visto sul passaporto, e nessuna di queste dovrebbe suonarvi come curiosa o illegittima, in teoria. Invece, ciò che non mi era mai balzata in mente di chiedermi, prima di prendere un volo per Pechino tre anni fa, è: mi fotograferanno mentre prendo l'autobus? Entrerò gratuitamente in locali in cui i cinesi devono pagare l'ingresso? Eppure questo è successo, e non solo a me. Inizialmente non riuscivo a spiegarmi come, in metropoli internazionali come Pechino o Shanghai, la presenza degli stranieri creasse tutto questo scalpore. Sono convinta del fatto che, spesso, noi europei (o americani, australiani,ecc.) che ci rechiamo in queste ricche città cosmopolite della RPC a studiare in rinomate università o a lavorare nelle joint ventures in modernissimi grattacieli, ci dimentichiamo che la Cina non è solo quella della costa orientale, che commercia e ha rapporti con l'estero da tempi antichissimi. Scordiamo con facilità che, all'interno di questo Stato che è più simile ad un continente, esiste una specie di piccolo mondo preconfezionato e smagliante, fatto di dormitori universitari fisicamente separati dal campus degli studenti cinesi, mense con cibo occidentale, ospedali internazionali, e così via. Personalmente, sono la prima che a volte fa fatica a ricordare che la maggioranza della popolazione vive in aree rurali decisamente distanti dalle luci della Pearl Tower, dato che si tratta di posti difficili da raggiungere e in cui uno straniero non si troverà mai a transitare casualmente. La signora che, in metropolitana, mi ha chiesto di fare una foto con suo figlio e si meraviglia per i miei occhi grandi, molto probabilmente giunge proprio da una quelle zone per visitare la capitale o una delle meravigliose mete turistiche del Paese. In quell'istante ho capito di essere percepita come un elemento “esotico”. Il che è interessante, dato che noi identifichiamo il concetto di esotismo con tutta una serie di immagini che ci riconducono proprio al luogo in cui mi trovavo mentre provavo questa sensazione.

Inoltre, ammetto, anche stringere dei rapporti veramente genuini e sinceri con chi è nato e cresciuto nelle grandi città non è facile. Le evidenti differenze nello stile di vita rendono difficile costruire un'amicizia che vada al di là dell'incontrarsi all'università. Non è impossibile, solo più raro. Ho notato che mi sono trovata più a mio agio a relazionarmi con ragazzi che avevano studiato all'estero o persone più grandi di me, perché con loro avevo molti più aspetti e interessi in comune. Tuttavia, è giusto cercare in prima persona le occasioni per avere una conversazione il più onesta e diretta possibile con i coetanei cinesi (e non solo per esercitare la lingua), dal momento che solo così saranno spiegate almeno alcune delle apparenti contraddizioni in cui ci imbattiamo tutti i giorni. Quando una ragazza mi ha parlato della mole di studio a cui erano sottoposti lei e i suoi compagni durante le scuole medie superiori, mi sono resa conto di come per la maggior parte di loro sia praticamente impossibile fare alcune delle esperienze che contraddistinguono la nostra adolescenza. E sebbene a Ca Foscari abbia seguito dei corsi sulla società e la cultura cinese contemporanea e quindi quell'informazione non mi fosse del tutto nuova, ascoltare dei racconti dai diretti interessati ha sicuramente un impatto più forte. I ricordi di queste chiacchierate sono, per me, molto preziosi. Comunque, mi accorgo ogni giorno del fatto che le nuove generazioni sono terribilmente curiose riguardo alla cultura giovanile di importazione, la quale comprende le tendenze in fatto di moda, musica, letteratura e il settore dell'intrattenimento in generale. Dunque, non si può negare che esista una finestra aperta verso l'esterno. Il discorso è invece piuttosto differente se si prendono in considerazione le persone più anziane e la popolazione non urbana, come già accennato. Da quello che ho potuto vedere con i miei occhi, i laowai “bianchi” oggi non subiscono frequenti episodi di razzismo, ma vi è da precisare che gli asiatici in generale sono esponenzialmente meno diretti in fatto di comunicazione, verbale e non. Detto ciò, mi è capitato di venire a conoscenza di epiteti dispregiativi per indicare le persone di colore e i giapponesi, a quest'ultimi sono stati affibbiati dei soprannomi poco lusinghieri perché condividono un pezzo di storia tutt'altro che felice.

Concludo questa ridottissima panoramica sulla mia vita di occidentale in Cina dicendo che questa nazione mi ha sinceramente confusa: un giorno godo dei privilegi di un'europea, tra cui drink gratis (non solo per le donne, come potrebbe pensare qualcuno) e un'assicurazione sanitaria invidiabile, il giorno seguente incontro qualcuno che non ha idea di dove si trovi l'Italia o impazzisco nel cercare un hotel che ospiti gli stranieri quando devo organizzare un viaggio. Ma, aldilà e a monte dei fini scolastici e lavorativi, se non per farsi confondere, con quale altro scopo si parte per raggiungere l'altra parte del mondo?

Chiara Bertamini,

giugno 2017

Lunedì, 26 Giugno 2017

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