I passi falsi del mondo dell'arte italiano: la voce di Irene e Marcella, due ballerine professioniste, la prima dall'Olanda e la seconda dall'Italia

"Sarebbe bello innanzitutto se coloro che sono al "potere" (intendo direttori artistici, maitre di balletti importanti, coreografi riconosciuti a livello nazionale) la smettessero di preservare solo il loro orticello e iniziassero a prodigarsi per il bene comune, dando la possibilità a molti più ballerini/e di studiare o confrontarsi. Chi è ad alti livelli ha il dovere morale di accompagnare i nuovi danzatori indirizzandoli verso la strada più giusta".

Una volta sfatato il falso storico, oggi ancora largamente diffuso, secondo cui il Belpaese detiene circa la metà del patrimonio artistico mondiale (di cui si è fatto portavoce anche il TG2 nell’edizione serale del 3/05/2012), possiamo iniziare a parlare del burrascoso rapporto dell’Italia e degli italiani con l’arte, ponendoci come primo obiettivo quello di non offendere nessuno.

L'Italia è il primo Paese al mondo per patrimonio culturale, storico e architettonico, alle sue spalle Spagna e Grecia. La fonte è un’indagine di Usnews che colloca l’Italia al primo posto della voce “Cultural influence”, e che loda le sgargianti grazie italiche ignorando però le nostre ferree competenze nella (fine) arte dello spreco. Un altro rapporto, questa volta firmato Eurostat, ci mette a conoscenza del fatto che l’Italia si conquista l’ultimo e il penultimo posto in Europa per chi spende meno rispettivamente in istruzione e in cultura: i fondi statali destinati a quest’ultima incidono su un misero 1,4% del PIL, a fronte di una media europea del 2,1%.

Nonostante gli annosi dibattiti e le infinite diatribe sulla proprietà del patrimonio culturale italiano (i cui guadagni sono ahimè spartiti tra pochi), che rimbalza istericamente dal pubblico al privato - quando non tira in ballo l'oltreconfine -, gli attori e i promotori della cultura in tutte le sue forme, la crisi la avvertono eccome. E sentono anche il senso di impotenza e di rassegnazione che si prova nei confronti di un'attitudine – tutta italiana – a percepire l’artista come qualcuno che sta attraversando una fase ludica della propria vita. Lo Stato è restio a concedere fondi per le iniziative artistiche; gli italiani, già duramente colpiti dalla crisi economica disertano eventi culturali, mostre e spettacoli (fonte), i cui pubblici sono di conseguenza sempre più rarefatti. E musei, teatri, compagnie e corpi di ballo sono così costretti a chiudere i battenti.

Resi quindi inermi davanti alla poca sensibilità dimostrata dalle istituzioni, anche gli artisti sono costretti ad emigrare. Consapevoli del fatto che sì, urgono nuovi e celeri processi di fruizione dell’arte, elemento di coesione per antonomasia, per ripopolare quei pubblici sempre più radi, ma anche del fatto che non sia più possibile difendere un patrimonio artistico che sta annegando nel mare degli interessi (economici, perlopiù) di pochi.

Una macchina, quella dell’arte e della cultura italiane, troppo complessa e multiforme per essere trattata con la superficialità che le potrebbe conferire un articolo di giornale. Entreremo allora nel merito di chi, in prima persona e con tutte le proprie forze, si sta accingendo a diventarne parte, oliando gli ingranaggi che la sospingono, e impedendo che questa soffochi sotto il luddismo degli apparati istituzionali. Daremo infatti voce a due ballerine professioniste emergenti: una emigrata in Olanda, Irene Pisotti (I), e una domiciliata nella sua Napoli, Marcella Martusciello (M), chiedendo loro di farci luce sul mondo della danza italiano, e delle differenze tra questo e quello estero, per quanto compete loro.

1. Raccontaci della tua carriera di ballerina: come hai iniziato? Quali sono stati i passi fondamentali della tua formazione artistica?

I: Ho iniziato a fare danza per caso perchè il destino ha voluto che esattamente al piano della scuola di musica che frequentavo, dove prendevo lezioni di pianoforte, ci fosse una scuola di danza classica; la curiosità per quel mondo unita ad una mia predisposizione mi hanno convinto a provare.

Credo che nella mia formazione artistica ci siano stati due passi fondamentali senza i quali non sarei potuta crescere dal punto di vista artistico ma soprattutto umano: il primo è stato conoscere la mia coreografa da sempre, Maria Grazia Sulpizi, la mia vera mamma artistica. Il secondo è stato trasferirmi in Olanda, ad Amsterdam, in cerca di nuovi stimoli.

M: All'età di 5 anni la mia mamma e la mia nonna, stanche di vedermi gironzolare in casa sgambettando, decisero di iscrivermi ad un corso di danza. Dopo un paio di anni di studio di tecnica modern vinsi una borsa di studio presso la scuola che frequentavo; questo mi permise di studiare anche la danza classica. Fondamentali per la mia formazione sono state le difficoltà. Ho trascorso del tempo a Roma, trasferendomi lì ed ho frequentato un corso di avviamento professionale che mi ha dato grandi soddisfazioni e la possibilità di fare esperienze di palcoscenico importanti. Ma la capitale è una bella gatta da pelare e a 18 anni ho capito che si è bravissimi, i migliori se ce n'è bisogno, fino a quando non si parla di retribuzione. E dopo aver negato la mia disponibilità come assistente del direttore dell'accademia che mi aveva scelto come borsista, tornai nella mia bella Napoli. Situazione analoga mi è capitata trasferendomi anni dopo a Mantova dove ho frequentato un'accademia che prediligeva la formazione di danzatori nelle tecniche modern e contemporanea. Ho imparato anche che a Napoli la "crisi", volgarmente detta, non ci fa paura poiché noi siamo nati in crisi, mangiamo pane e crisi, abbiamo imparato a esorcizzarla con un'energia vulcanica, ma lì in quella piccola città della Lombardia non lo avevano imparato ancora. Altresì ho avuto esperienze entusiasmanti e rinvigorenti per la mia anima come l'aver studiato a Parigi e l'incontro con il coreografo Israeliano Sharon Fridman.

2. Quali indicheresti come momenti più importanti del tuo percorso? Quali i più difficili e quali i più gratificanti?

I: Rompermi un piede il primo giorno di lezione ad Amsterdam: questo per me fu un bivio cruciale. Smettere definitivamente di fare danza o decidere di intraprendere una vera e propria carriera di danzatrice professionista, lasciando tutto quello che avevo costruito al di fuori della sala danza? Ovviamente scelsi la seconda. Un altro momento molto felice fu quando io e la mia compagnia fummo chiamati per partecipare ad un festival molto importante a New York con compagnie di altissimo livello; Un altro ancora quando venni chiamata a Parigi per fare un' audizione con la compagnia di Preljocaj. Ero ancora piccolina ed era una delle primissime audizioni che facevo. Mi sembrava tutto così irragiungibile ma al tempo stesso ne stavo facendo parte, mi stavo confrontando con artisti di livello internazionale nel Theatre de la Ville a Parigi, wow!

M: I momenti importanti per me sono strettamente legati a difficoltà e gratificazioni.

Sono stati dettati da scelte drastiche quali trasferirmi in un'altra città con mille sogni e tornare da questa con in mano le briciole di questi e ricostruire con le briciole ancora sogni. Ancora entrare a far parte di certe Compagnie le quali furbamente giocano sulla passione che nutri per il tuo mestiere, promettendoti cose e rinnegando le stesse dopo poco, ritrovandosi costretti quindi a danzare senza percepire una retribuzione e - cosa più importante per una danzatore - danzare senza capire il senso coreografico del tuo movimento. Le mie sconfitte e le mie delusioni mi hanno portato a prendere una scelta fondamentale per la mia vita: ho fondato la Compagnia di danza Contemporanea Malaorcula, che in latino vuol dire “mela annurca”. Questa è stata una scelta alla quale sono arrivata grazie alle mie esperienze, difficoltà, frustrazioni e conquiste artistiche. Tengo a dire che non rinnego nulla di quello che è stato non serbo rancore anzi sono fiera delle mie ferite, mi hanno resa ciò che sono oggi.

3. Qual è l’accademia, la scuola o l’esperienza che ti ha dato di più a livello professionale?

I: Ad essere sincera quello che mi ha aiutato di più a livello professionale, oltre alla scuola dove mi sono formata e dalla quale sono partita, diretta da Maria Grazia Sulpizi, con la quale ancora collaboro, è stato studiare, conoscere ed approfondire tante realtà, solo così puoi decidere veramente quello che si modella di più sul tuo corpo e sulla tua anima.

M: L'esperienza con il coreografo Sharon Fridman durante l'apertura del Festival Oriente Occidente è stata fondamentale per la mia sensibilità artistica, non solo stilisticamente.

4. (domanda rivolta unicamente ad Irene) Spesso da lontano si riesce ad avere una fotografia più nitida di ciò a cui si guarda: quali trovi che siano le differenze più sensibili tra il mondo della danza olandese e quello italiano?

I: La prima grande differenza tra Olanda e Italia può essere riconducibile ad una disponibilità economica diversa ed ad una propensione ad investire per la cultura maggiore in Olanda che in Italia. C' è anche una visione diversa di tutti quei lavori legati all'arte. In Italia si ha la sensazione che siano visti come se non fossero lavori con i quali potersi mantenere e vivere, mentre in Olanda tutto ciò è esaltato, considerandoli lavori esattamente uguali a quelli visti come più "canonici" e non per forza come una passione da coltivare nel tempo libero. Partendo da questo punto, la differenza è evidente: un paese investe in tutto ciò che è cultura avvicinando ad essa tutte le fasce di età e persone, l' altro cerca di farla diventare di nicchia quasi fino alla scomparsa apparente. Per quanto concerne la danza in modo più specifico, in Olanda ogni spazio possibile e adattabile viene adibito per performance e spettacoli fatti da qualsiasi tipo di compagnie talentuose sì, ma non per forza grandi nomi o dalle grandi messe in scena, in modo da poter far crescere ogni tipo di progetto valido. In Italia invece sono talmente lunghi tutti i percorsi da dover affrontare e talmente pochi i posti sfruttabili, che le compagnie che non hanno un teatro stabile dove potersi esibire o le conoscenze giuste a cui potersi appellare fanno molta fatica a sopravvivere e a farsi largo in intrecci discutibili. E' un vero peccato che non si sfruttino tutte le potenzialità che abbiamo ma che è molto più facile ignorare non ponendosi mai domande reali su una possibile opera di cambiamento effettivo, rimanendo così, in un limbo di malumore e lamentele fine a stesse.

4. (domanda rivolta unicamente a Marcella) In che modo pensi che venga percepito il mondo della danza italiana all'estero?

M: Credo che all'estero non abbiano una buona percezione del mondo della danza italiana, troppe sono in Italia le compagnie in fallimento, i Teatri costretti a tagliare il corpo di ballo e questo non è un buon biglietto da visita. Nonostante in Italia ci sia un'ottima qualità a livello di insegnanti e di tecniche in continua evoluzione, i giovani danzatori e danzatrici sono spesso costretti a scappare via da qui.

5. Penso di poter affermare con certezza che oggi la danza, in Italia come altrove, non stia passando un momento roseo: sono diverse le Compagnie e i Corpi di Ballo italiani che ultimamente, per ragioni perlopiù economiche, chiudono i battenti. Consapevole del fatto che questa domanda richiederebbe una risposta infinita, ti chiedo: oltre alle recenti petizioni, cosa pensi che si potrebbe fare per risollevare questo mondo?

I: Domanda molto complicata alla quale rispondere ma ci proverò. Secondo il mio punto di vista, a parte investire economicamente e cercare di avvicinare i giovani alla danza, bisognerebbe iniziare a cambiare la nostra mentalità aprendoci a esperienze e iniziative di ricerca e innovazione. Dovremmo iniziare a collaborare di più all'interno di questo ambiente , ad essere felici nel vedere e assaporare la bellezza anche se non prodotta dal nostro lavoro, a non guardare e apprezzare solo quello che succede nel nostro spazio, ma con umiltà provare a ricercare sempre un qualcosa di nuovo, ad investire di più in tutto quello che è espressione artistica, bellezza, premiando la meritocrazia. In conclusione: Buona fortuna a noi!

M: In Italia ci sono schiere di ballerine/i pronti a fare audizioni all'infinito come macchine, ma se i posti a disposizione sono così pochi come in Italia è logico che ovunque fuori da questo paese ci sia maggiore possibilità di intraprendere la carriera del danzatore. In Italia a cambiare deve essere l'Italiano, hanno fatto in modo da assopire le nostre menti indirizzandoci verso frivolezze che non portano a nulla, ci hanno abituato alla banalità. L'arte e la cultura possono salvarci ma si sa un popolo ignorante è più facile da comandare. Sarebbe bello innanzitutto se coloro che sono al "potere" (intendo direttori artistici, maitre di balletti importanti, coreografi riconosciuti a livello nazionale) la smettessero di preservare solo il loro orticello e iniziassero a prodigarsi per il bene comune, infondendo la loro conoscenza a tutti abbassando leggermente il proprio cachet, delle volte imbarazzante, dando la possibilità a molti più ballerini/e di studiare o confrontarsi. Chi è ad alti livelli ha il dovere morale di accompagnare i nuovi danzatori indirizzandoli verso la strada più giusta che dovrebbe essere quella della sincerità morale verso questi e della dedizione a questo mestiere.

(Chiara Maistri)

Venerdì, 12 Maggio 2017 - Ultima modifica: Martedì, 16 Maggio 2017

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