Sara architetto a New York

Un percorso professionale appassionato in un città dai mille volti cangianti.

Sara Mosele nasce a Riva del Garda nel 1971. Subito dopo la laurea in architettura allo IUAV di Venezia nel 1997 parte per New York con il suo futuro marito e partner professionale, lei trentina, lui americano e architetto di New York conosciuto a Venezia.

La spinta a partire è dunque la più tenera, il desiderio di avvicinarsi, lui, lei, gli Stati Uniti, tutti ancora da conoscere fino in fondo.

La città, New York, non è un luogo facile, confessa Sara. Appena arrivata e senza una carta visa che permettesse di lavorare, il percorso d'obbligo è stato lo stage in vari studi di architettura; poi finalmente è giunto il permesso di lavoro, che ha aperto diverse strade di crescita professionale.

All'attività professionale Sara ha affiancato lo studio della lingua, la sera; senza sarebbe stato impossibile comunicare in maniera adeguata e precisa, come era indispensabile fare in un contesto di alta professionalità. Un elemento che ha favorito la sua crescita sono state le competenze tecnologhiche: imparando da autodidatta programmi chiave come Autocad, Rhino, 3DStudio e tutte le applicazioni Adobe, Sara è riuscita a trovare impiego in uno studio di progettazione di edifici di interesse culturale, con lei altre 30 persone, in una dimensione davvero inconsueta per noi.

L'esperienza di tre anni è stata invece il lancio verso un'organizzazione ancora più grande, la Gensler, multinazionale dell'architettura con molte sedi negli Stati Uniti, che solo a New York impiegava 400 architetti e che le ha permesso di scoprire e implementare le proprie doti manageriali.

La tragedia dell'11 settembre a New York ha segnato profondamente anche la vita professionale di Sara: ha deciso così di rendersi indipendente e di aprire un proprio studio con ili marito.

Ora il MAD Matiz Architecture & Design si trova nel cuore di Manhattan ed ha 20 impiegati.

Sara confessa di sapersi il prodotto del 'sogno americano': nel suo studio lavorano architetti, interior designers, grafici in un conteso davvero arricchente e di cui parla con orgoglio e semplicità.

E' però la città di New York il cuore di questo suo sogno americano realizzato. Da nessun'altra parte sarebbe stato possibile riuscire a concretizzarlo, perché solo qui le opportunità sono a disposizione di chi le sa sfruttare. Occorre capire le regole, dice, comprendere le persone, ma la preparazione da una parte e l'ostinazione a raggiungere gli obiettivi dall'altra ripagano degli sforzi.

Questa città è un luogo che Sara ama particolarmente e che descrive come The Big Apple; ci si impara a vivere giorno per giorno e stupisce ogni momento: frenetica e rassicurante nello stesso tempo, multiforme e diversa, adatta ad ogni fase della vita, ora un movimento continuo che anima i giovani, ora uno spazio adeguato e accogliente per i suoi figli, con il suo essere un immenso parco giochi.

Vitale e fonte di ispirazione per la diversità di persone che si incontrano e con cui si viene a contatto, Sara racconta che la maggiore difficoltà per lei è stata adattarvisi senza perdere la propria identità: di italiana e di persona ancora molto legata al suo Lago di Garda, di cui le manca il rifrangersi delle acque e che cerca passeggiando lungo l'Hudson River nei pressi di casa sua.

New York, ci dice, è un melting pot, da scoprire in tutti i suoi quartieri e muovendosi in subway, non in un comodo taxi.

Una somma di tante individualità che tutte sono rispettate nella loro unicità, in un quadro che trasuda bellezza nel racconto di Sara.

Ma è anche una città cambiata dopo l'attacco alle torri gemelle del 2001, anche se rimane vitale grazie alla capacità di reazione delle persone. Il suo pensiero va quindi subito a Parigi e alle stragi di questi mesi.

Sara finisce accennando alla comunità italiana di New York, che lei frequenta e in cui crede: il Consolato, l'Istituto italiano di cultura, lo IACE Italian American Commettee in Education, le organizzazioni che promuovono cultura ed eccellenza italiana negli Stati Uniti sono strutture importanti a cui lei si sente legata, anche per un senso di riconoscenza verso un luogo da cui ha ricevuto molto e a cui può ancora portare il proprio contributo.

La prossima tappa? le chiediamo.

Un grosso progetto architettonico in Italia magari!

E una speranza? Che i suoi bambini un giorno possano fare un viaggio di “ritorno” e trovino l’ispirazione per tornare in Italia per studio, lavoro, chi lo sa!

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Mercoledì, 24 Febbraio 2016 - Ultima modifica: Lunedì, 16 Maggio 2016

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