Saperi buttati al vento: la dequalificazione professionale dei talenti immigrati negli Stati Uniti

Uno studio americano ci rivela le difficoltà che affonta un immigrato altamente istruito nel tentativo di inserirsi nel mercato del lavoro statunitense

Uno studio americano ci rivela le difficoltà che affonta un immigrato altamente istruito nel tentativo di inserirsi nel mercato del lavoro statunitense

RIVA DEL GARDA - Che in Italia e nel resto d’Europa la situazione lavoro non sia delle più rosee, è cosa ormai nota.

Gli ultimi dati Istat relativi a dicembre 2017 ci informano sulla preoccupante realtà che vede il 40,6% dei giovani tra i 15 e i 24 anni senza lavoro. Allargando il raggio d’osservazione, scopriamo che la fetta di italiani disoccupati (di tutte le età) incide sul 22,5% della popolazione, a fronte di una media europea del 13,2%. Dal 2004 i grafici che riguardano l’Europa sono in costante crescita, innegabile sintomo di una mala gestione delle risorse.

Se invece volgiamo il nostro sguardo oltreoceano vediamo un’America che, secondo i dati in questione e a prima vista, non sembrerebbe messa così male. Sembra anzi che il tasso di disoccupazione sia in calo dal 2010, e che registri oggi un modesto 4,6% sul totale della popolazione.

Tra i 146,955 italiani emigrati nel 2016 in cerca di migliori opportunità lavorative o di vita (fonte), il 31% risiede ora negli Stati Uniti. Solitamente, uno dei motivi per cui (soprattutto) i giovani espatriano dalla loro Terra madre risiede nel fatto che in Italia questi ultimi non vedono valorizzate le competenze che con tanta fatica hanno acquisito (e acquistato).

Ma siamo sicuri che negli Stati Uniti queste skills verrebbero invece messe in risalto?

Navigando per il web mi sono imbattuta in uno studio americano che ha svilito ulteriormente la mia fiducia nel sistema universitario in generale e rinvigorito il mio presentimento che al giorno d’oggi molti degli sforzi fatti da giovani studiosi risultino essenzialmente vani.

Già il titolo non preannuncia niente di buono: “Untapped Talent. The cost of brain waste among highly skilled immigrants in the United States” (Talenti inutilizzati. Il costo dello spreco di cervelli tra gli immigrati altamente competenti degli Stati Uniti). Di primo acchito lascia infatti di stucco: nell’immaginario comune l’America è il luogo dalle mille opportunità, la calamita per talenti, dove con una buona dose di volontà anche chi è privo di mezzi può inseguire, e poi raggiungere, il suo sogno (per l’appunto) americano. Il report, redatto da tre realtà come New American Economy, WES (World Education Services) e MPI (Migration Policy Institute), ci parla della situazione degli stranieri – in particolare quelli in possesso di alti titoli di studio – negli Stati Uniti.

Lo studio ha come oggetto i molti (e sempre più) cittadini stranieri sovra-qualificati – in quanto a formazione e competenze di cui sono in possesso – rispetto al tipo di occupazione e al tipo di ruolo che occupano nel mercato del lavoro americano. Da quest’ultimo emerge che sono circa due milioni gli immigrati con istruzione superiore a occupare una posizione lavorativa dequalificante rispetto alle loro competenze; che lo spreco di cervelli non è cosa conveniente per l’economia americana ma è anzi un’opportunità persa, dal momento in cui vengono persi in questo modo milioni di dollari in stipendi non percepiti e in tasse (sia federali che locali) sui suddetti stipendi, e che se questi immigrati lavorassero conformemente al livello delle loro skills, guadagnerebbero più di 39,4 milioni di dollari annui. In questo modo lo Stato percepirebbe 10,2 milioni di dollari l’anno in più di tasse.

Il bilancio economico sugli stipendi di questo studio che ci illumina sulla condizione di molti expat negli Stati Uniti lascia alquanto basiti: lo stipendio di un impiegato in un lavoro che richiede medie/alte capacità si aggira intorno ai $96,000 annui mentre quello di un impiegato in un lavoro dequalificante è di soli $40,000. Le cifre parlano da sole.

L’aver conseguito la laurea in un paese estero (rispetto agli Stati Uniti) poi, costituisce un vero deterrente al trovare un posto di lavoro che ben si adegui alle proprie competenze. Sappiamo infatti che di questi immigrati sottoccupati il 29% (le donne raggiungono il 32%) ha una laurea conseguita in un paese altro, e solo il 21% ha avuto una formazione universitaria all’interno del Paese. Molti di questi problemi sorgono dal fatto che spesso corsi di laurea omonimi – o quasi - propongono aree di studio e di ricerca molto diverse tra loro, e i processi di convenzione e di riconoscimento tra uno e l’altro corso sono molto spesso figli di una burocrazia ostica, lenta e noiosa.

I fattori principali individuati che ostacolano gli immigrati laureati nell’aver successo a ricercare un impiego coerente al loro livello di competenza sono tre: un basso o limitato livello di conoscenza della lingua inglese, una scarsa familiarità con il mercato del lavoro statunitense e dei processi di ricerca nello stesso e il non essere inseriti in reti sociali professionali che potrebbero costituire un passepartout per entrare a far parte di un mondo che sembra voler escludere i talenti non a stelle e strisce.

Si stima che negli Stati Uniti siano approssimativamente 1,9 milioni gli immigrati sottoccupati nel periodo analizzato (2009-2013): 990,000 gli uomini e 919,000 le donne. Altra discriminante è costituita dal campo professionale in cui ci si vuole inserire. Tra i disoccupati e i sottoccupati il 36% ha un’istruzione nel settore dell’educazione, il 34% in quello del business, ancora il 34% in quello della comunicazione e poi a calare nei settori dell’arte, delle materie umanistiche, delle scienze sociali, ecc.

La situazione nostrana non è molto più florea: secondo uno studio realizzato da Simone de Angelis e Simona Mastroluca (ISTAT) sullo spreco di cervelli in Lombardia, in Italia gli occupati sovra qualificati sono 993,206 mila, ovvero il 23% del totale degli occupati con elevato grado di istruzione. Sebbene la spesa per l’istruzione di Stati Uniti e Italia sia notevolmente differente (rispettivamente 6,9% e 4,6% del PIL), ciò che si sta verificando in entrambi i luoghi è una grave sottoutilizzazione del potenziale umano. Tutto ciò genera un’inevitabile sfiducia nel sistema – istruttorio e professionale – da parte di chi quotidianamente lo finanzia e di chi quelle energie intellettuali le vorrebbe spendere, guadagnandoci. E invece, quando serve, il senso del business viene meno, a noi italiani come agli americani.

Mal comune doppio danno…

(Chiara Maistri)

Martedì, 21 Marzo 2017

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