I luoghi dell'abbandono lungo la dorsale appenninica

Una riflessione a partire dalla recensione di due documentari inseriti nel programma del 66ma edizione del Trento Film Festival

I luoghi dell’abbandono.

Sono queste le realtà mostrate da due documentari inseriti nel programma della 66. edizione del Trento Film Festival. Il centro d’interesse è la dorsale appenninica, che dall’Emilia-Romagna si snoda sino alla Calabria, passando per la Basilicata: lì interi paesini, un tempo fiorenti e integrati socio-economicamente col resto dell’area, rischiano di sparire sotto i colpi dello spopolamento.

Sinossi.

Entroterra. Memorie e desideri delle montagne minori. è un reportage che, attraverso interviste e il materiale girato durante i viaggi dei suoi autori, cerca di tracciare le cause dello spopolamento e di indagare le possibilità future di queste aree.

Si tratta del primo lavoro del collettivo Boschilla, composto da Andrea Chiloiro, Matteo Ragno, Riccardo Franchini, Giovanni Labriola, un gruppo di varia formazione universitaria che ha deciso di unire la propria passione per il viaggio lento, a piedi, low budget, con la necessità di descrivere le realtà e le storie che di volta in volta incontrano.

Gli argonauti racconta invece di un paesino per lo più abitato da anziani, San Chirico Raparo, dell’idea di un intraprendente sindaco e di una cooperativa molto attiva, il Sicomoro, di raccontare il lungo percorso della non-scuola ravennate del Teatro delle Albe. Protagonisti i pochi ragazzini rimasti e i migranti minorenni che sono stati assegnati alla comunità: insieme metteranno in scena gli Argonauti di Apollonio Rodio. 

Alessandro Penta, psicologo sociale e filmmaker autodidatta, si occupa di documentare e diffondere esperienze e storie che ritiene significative e che più lo colpiscono per dar loro la più ampia diffusione.

Di cosa parlano.

Il tentativo, forse non troppo riuscito, è stato quello di restituire – come spiegatoci dallo stessa Penta – la scoperta di un paesino minuscolo, apparentemente immobile ma che, una volta conosciuto, ha rivelato un’incredibile ricchezza di storie e di viaggi: da una parte gli anziani del paese emigrati in gioventù e ritornati in vecchiaia, dall’altra la comunità di migranti minori che partendo soprattutto dall’Africa sono arrivati lì e vivono in comunità nel paese. “Questa convivenza di migrazioni così distanti ma anche così vicine ci ha indirizzato a utilizzare un testo che parlasse di viaggio”, suggerendo anche la bellissima idea che non c’è alcuna differenza tra la migrazione economica italiana e quella africana se non, forse, per il modo in cui si approda nel nuovo Paese.

La fascinazione per “l’immensa diversità che un posto anche relativamente piccolo può contenere” e il bisogno di preservare (si spera non di mantenere artificialmente viva) la memoria di “voci sopite e storie minori che spesso non vengono raccontate” sono anche alla base di Entroterra, dove rimanere è un atto di resistenza generalizzato.

L’abbandono di queste realtà appenniniche è cominciato negli anni ‘60, perché “il modello di sviluppo era la fabbrica, mentre la montagna era sinonimo di sottosviluppo e isolamento”; una tendenza ben diversa rispetto a quanto accaduto nelle Alpi, che proprio in quegli anni avevano conosciuto invece uno straordinario rilancio grazie al turismo prima invernale seguito da quello estivo (è tutto raccontato e approfondito nell’ottimo libro di De Rossi). Da una parte, il desiderio di crescere dei “figli cittadini”, dall’altra la consapevolezza che la rilevanza economica del settore primario non poteva competere con la modernità e la produzione su larga scala che si giocava un po’ più giù, verso valle. ”A Roma stacci e al paese vacci”, si sentivano ripetere i figli, con l’evidenza strisciante che al paese non ci si sarebbe più tornati a vivere. A farlo sono adesso gli anziani, che dopo essere emigrati a Milano come in Svizzera, decidono di tornare a vivere dove sono nati e cresciuti.

Di quale futuro si parla?

Su questi comuni incombe lo spettro del futuro, e se da una parte alcuni cercano di combattere a colpi di teatro e integrazione (ma perché dei minorenni migranti dovrebbero decidere di rimanere in quello stesso paesino che i loro coetanei italiani decidono di abbandonare in tutta fretta?) e altri abbracciando filosofie post-consumistiche e stili di vita alternativi, sembra che la risposta vada cercata altrove. Sicuramente non nel turismo, che sta completamente stravolgendo l’urbanistica e la socialità dei luoghi, con esiti spesso disastrosi. Timidi tentativi di ripensare intelligentemente la situazione esistono: dal comune di Sadali, che promuove incentivi d’insediamento d’impresa, fino alla città di Trento con la legge del novembre 2017 per progetti sperimentali nelle aree di mezza montagna. Se il modo di vivere la montagna non è più quello di prima, di settant’anni fa, la montagna è però sempre la stessa, e si spera sarà sempre lei, alla fine, a decidere quale sarà il suo destino.

Mercoledì, 23 Maggio 2018

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