INVISIBILI GENERAZIONI - La recensione

Giovedì 16 novembre, alle h 20.45 la redazione di Altrove Reporter, insieme ad altre trecentocinquanta persone, si è riunita al teatro Zandonai di Rovereto per assistere al debutto nazionale dello spettacolo Invisibili Generazioni.

Luci sul palco.

Quattro figure nere, uguali, senza volto, urlano e gesticolano: "DATI… GIOVANI… MOBILITÀ… DECRESCITA DEMOGRAFICA… Un nome è un dato! Le persone non sono dati! Le persone non sono dati! Le persone non sono dati!". Girano in tondo attorno a un mondo di plastica che bistrattano, agitando carte su carte. Sono agitati, non sanno cosa fare di questi giovani che non capiscono e che per loro sono come dei profeti del futuro. Vorrebbero trattenerli, ma non sanno come fare. La soluzione migliore è quindi lasciare le cose come stanno e non fare nulla.

Marco e Davide sono due fratelli talentuosi che, messi di fronte alla stessa situazione – ovvero, come fare a inseguire i propri sogni e arrivare alla fine del mese – scelgono due strade diverse: il primo, ancorato alla paghetta della nonna e alla perenna ricerca di un lavoro che non arriva, vuole rimanere comunque in Italia per stare vicino a casa, ai suoi amici, a nonna Paola e alla sua pasta al pomodoro; sa che non è facile e la frustrazione è crescente, ma non vuole mollare. Davide, nonostante si senta dare del codardo, è invece intenzionato a seguire i suoi sogni a qualsiasi costo conscio che, rimanendo, non avrebbe modo di raggiungerli. Trasferitosi all’estero, ha abbracciato un mondo fatto di compleanni celebrati attraverso Skype e si è rassegnato a una condizione di apolide perenne: non più solo italiano ma nemmeno del tutto tedesco. A sconvolgere il già difficile equilibrio è l’insorgenza dell'Alzheimer nella nonna, per la quale viene presa una badante extracomunitaria, Alina. La ragazza farà affiorare alcune ipocrisie ma sarà, al contempo, la chiave di volta per riflettere sulla condizione dell'emigrato.Sono loro i ragazzi della generazione invisibile, la generazione senza voce, certezze e tutele.

La richiesta è stata colta, ma l’obiettivo non è stato pienamente raggiunto, come vedremo.

La struttura dello spettacolo è abbastanza semplice, con l’alternarsi di tre parti: quella dei burocrati, lo svolgimento della storia e i pensieri del singolo, affidati a monologhi o a brani cantati. Questa tripartizione è volta a sottolineare l’incomunicabilità tra i “signori del mondo” e il resto della popolazione, ma in una maniera così netta – anche a livello narrativo – da risultare vacua.

Il dialogo tra istituzione e individuo è flebile come nella realtà, ed è affidato a piccoli particolari sempre presenti sulla scena: il cestino nel quale vengono gettate le cartacce dei signori-in-nero e il microfono al quale sono affidate le canzoni e i pensieri dei protagonisti.

Quella dell’incomunicabilità è – già nella realtà – una grave colpa istituzionale che qui non viene intenzionalmente analizzata ma, a mio avviso, fa perdere di potenza allo spettacolo.

Nel corso della narrazione appare evidente come spesso le scelte dei protagonisti siano state condizionate da mille fattori esterni, in cui la volontà del singolo ha costituito solo una piccola parte: la classe dirigente anziana, l'Europa, gli espatriati, gli extracomunitari, i cinesi, i musulmani, il terrorismo e il consumismo. Si tratta di un vociare indistinto, delle informazioni lasciate cadere che andavano approfondite nelle loro implicazioni oppure tolte.

Si assiste dunque a una teoria di persone alla ricerca di qualcosa, laddove questo qualcosa è semplicisticamente rappresentato dal lavoro; mentre l’occhio di bue avrebbe dovuto puntare la sua luce sul loro reale status: quello di persone che subiscono, di persone costrette a cercare un qualcosa altrove per, in prima battuta, sopravvivere.

L’unico spunto davvero interessante è l’idea, spesso dimenticata che, in fondo, siamo sempre l'immigrato di qualcun altro: da qualunque luogo tu provenga (che sia l’Italia o l’Ucraina), nel Paese che ti accoglie sarai sempre trattato come un immigrato.

Questo principio di uguaglianza è lasciato all’allestimento e non è ulteriormente sviluppato: seduti in fila, ciascuno sul proprio sgabello, Alina, ucraina laureata e senza permesso di soggiorno, da poco arrivata in Italia, cerca di conquistare la simpatia e l'attenzione di nonna Paola per essere assunta; Marco attende invano una giornata nella speranza di essere preso a cottimo, ma forse qualche extracomunitario sottopagato qualcun altro gli ha soffiato il posto, e Davide, che quasi non sta nella pelle perché l'azienda tedesca lo vuole incontrare per un ulteriore colloquio.

Le vicende raccontate sono più o meno quelle che chiunque oggi si trova ad affrontare, e l'impressione è proprio quella di non assistere a nulla di nuovo. Spettatori e attori, raccolti sotto il comune ombrello delle vicissitudini di chi parte e di chi resta, pattinano sulla superficie della vita, senza che questa tranche de vie possa realmente servire a qualcuno.

Ed è proprio il vuoto esistenziale che più disturba di questa commedia, che comunque riesce a strappare un sorriso all'occorrenza grazie alla bravura degli attori e tranquillizza lo spettatore rispetto a quello che già conosceva, donandogli anzi un certo coraggio cieco e bovino.

Il climax della storia porta infatti a vivere con un certo sollievo il monologo finale di Marco: la sfida – che spaventa i politici e che la popolazione dovrebbe invece cogliere – è proprio quella di cavalcare l'imprevisto e di piegarlo a proprio vantaggio; tutto è relativo e possibile, una ragione superiore non esiste. Ma il sussurro della rivolta, che dovrebbe richiamare il popolo alla dissidenza, è affidato semplicemente alle parole del singolo, senza che la storia ne sia stravolta, addomesticata com'è dalla ricerca della sopravvivenza. È una commedia fin troppo composta.

Il fenomeno della “nuova emigrazione” rappresenta, nella maggior parte dei casi, una necessità più che una libera scelta e, duole dirlo, siamo ancora lontani dal poterla considerare una tappa scelta nel proprio percorso di vita. Per questo motivo lo spettacolo risulta un’occasione un po’ persa.

L'emigrazione giovanile (anche se, per la verità, si tratta di un fenomeno intergenerazionale) resta così solo la punta di un iceberg inesplorato e, sotto l'acqua, acefala e cieca, serpeggia una bestia che dirige le nostre vite delle quali crediamo di essere i protagonisti.

Si esce da teatro avendo la sensazione che le persone non saranno dei dati, ma dei cliché sì.

Elisabetta Giacchi

Indagine, testo e regia di Carolina De La Calle Casanova

con Marco Ottolini, Valentina Scuderi, Paola Tintinelli, Federico Vivaldi

Scenografie di Ilaria Bassoli, Davide Vivaldi

Musiche originali di Marcello Gori

Costumi di Sara Gazzini

Responsabile organizzativo Arianna Mosca

Comunicazione visiva Dario Serio

Prodotto da ELEMENTARE <teatro> e dall'Ufficio Emigrazione della Provincia autonoma di Trento

Foto credit: https://www.ufficiostampa.provincia.tn.it/Comunicati/Invisibili-generazioni-al-teatro-Zandonai-di-Rovereto-la-prima-dello-spettacolo-sulle-nuove-migrazioni-giovanili 

Giovedì, 23 Novembre 2017 - Ultima modifica: Lunedì, 27 Novembre 2017

© 2017 Altrove Reporter powered by ComunWEB con il supporto di OpenContent Scarl