Martina Dal Brollo: Trento - Barcellona - Rotterdam - Pechino - Trento 2/2

Continua l'intervista a Martina dal Brollo!

Il 2015/2016 è foriero di collaborazioni italiane, soprattutto con Trento: rispetto alle tue esperienze all’estero, com’è stato interfacciarti nuovamente con la tua città natale?

In realtà, quando sono tornata a Trento non è stata proprio una decisione. Io, Francesca Ferrai (fotografa), Silvia Dezulian e Claudia Rossi Valli (due danzatrici) abbiamo vinto Call Action, un bando indetto dal MUSE, mentre io ero ancora a Barcellona, per la realizzazione di un'installazione site-specific. È stata una bellissima occasione per tornare e lavorare con amiche che avevano fatto un percorso artistico molto valido e diverso dal mio.

È così nata Euphoria veris: io mi sono occupata della realizzazione di questa pianta, che in realtà è una scultura di 2 m realizzata interamente in cartone. All'interno c'è una parte elettromeccanica, realizzata ancora una volta da Gabriel Garcia Rojas, che permette alla pianta di muoversi e di danzare con le ballerine.

Mi piacerebbe tornare a collaborare, anche con queste stesse artiste e la nostra idea è anche quella di proporre questo spettacolo anche in altri ambiti. L'ultima volta l'abbiamo fatto nella serra del MUSE ma ci piacerebbe renderlo fruibile anche in teatri, giardini pubblici.... Siamo in attesa (ride).

L'anno dopo hai deciso di spostarti nuovamente. E ancora più lontana, a Pechino.

Non avevo ancora deciso di fermarmi e avevo ancora voglia di viaggiare, sono ancora giovane. Ho ricontattato il professore che mi aveva portato alla tesi a Barcellona e lui mi ha proposto di candidarmi come insegnante d'arte a Pechino. Un lavoro che io non avevo mai fatto o solo per brevi periodi, quindi era una bella sfida per me. All'inizio ero molto dubbiosa perché è una metropoli di 21 milioni di abitanti, quindi ci si sente un po' una formichina. Alla fine ho deciso di partire perché la mia curiosità era più forte della mia paura ed è stata un'esperienza incredibile.

È stato anche molto difficile perché in Cina poche persone parlano inglese e quindi era un po' complicato: facevo lezione in spagnolo e avevo un'interprete che traduceva in cinese. Ho curato la programmazione delle lezioni che seguivano un po' il percorso artistico delle avanguardie del Novecento e alcune lezioni le davo in questa scuola un po' in periferia e le restanti in una biblioteca del centro.

Mi hai raccontato che Pechino ha influito sul tuo percorso artistico: dall'installazione hai deciso di tornare alla pittura.

Sì, quando ero a Pechino ho sofferto un po' di solitudine perché lì si era da soli e dovevo lavorare tantissimo. Un modo per uscire da questa situazione è stato per me quello di dipingere: quando prendevo una tela e iniziavo a dipingere, ero assolutamente contenta e felice; ne avevo bisogno anche per far fronte un po' a questo rapporto umano sempre mediato dai telefoni e dagli schermi – in Cina, soprattutto. Avevo bisogno di tornare a usare le mani e di un contatto vero, di un rapporto vero tra individui e di un contatto fisico. Tornare a dipingere con l'olio mi ha aiutato a esprimere questa mia necessità.

Incarnati e Di pelle, 2017, olio su tela

Viviamo in un mondo sempre più tecnologico e spersonalizzante, come hai potuto constatare a Pechino. Pensi che il tuo ritorno alla pittura possa connotare un’esigenza più collettiva ed essere sintomatica di qualcosa?

È una cosa molto personale, penso. Io l'ho vissuta in maniera molto intima e a me aiuta. Sicuramente in questo senso sì, però secondo me ogni artista è specifico per quello che fa, quindi le collaborazioni avvengono non solo per quanto riguarda il mezzo pittura ma oer tantissimi altri mezzi (teatro, danza, elettronica). Assolutamente non voglio limitarmi per seguire il mito dell'artista con la A maiuscola anche perché, secondo me, è un concetto ormai passato definire un artista solo scultore piuttosto che pittore o video-artista. Non è più importante il mezzo quanto ormai il contenuto.

Avendo vissuto così tanti contesti, hai notato una certa specificità del fare italiano o un certo legame con la tua terra d'origine (l'Italia, il Trentino) rispetto ai tuoi colleghi europei?

Sicuramente c'è questo collegamento. Forse nel mio caso si può ritrovare in questa mia esigenza di avere anche un valore estetico all'interno delle mie opere, cosa che non è assolutamente scontata perché in tanti altri contesti si dà tantissimo peso al contenuto e molto meno alla presentazione. Forse da qua mi porto via un po' la tecnica, questa esigenza di fare le cose in un certo modo che è sicuramente una cosa molto italiana.

Grazie Martina, abbiamo finito. Speriamo di collaborare insieme in futuro!

Mercoledì, 31 Gennaio 2018

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