Uno di tre: La prima volta in Cina di Monica Renica

Monica Renica è sempre stata appassionata di culture orientali. Dopo una prima esperienza in Corea del Sud, ha deciso di partecipare a un progetto di volontariato di una ONG di Qingyuan, città media nel nord del Guangdong, per approdare in Cina.

“Sono arrivata in Cina per la prima volta nel settembre 2015. L'anno prima, avendo molto tempo libero, avevo deciso di seguire un corso di cinese perché son sempre stata interessata alle culture dell'estremo Oriente. Partecipando a un progetto di volontariato di una ONG di Qingyuan, città media nel nord del Guangdong, sono così giunta in Cina.

Il progetto mi era sembrato interessante perché consisteva nell’insegnare inglese in scuole di zone rurali: queste scuole, infatti, non posso normalmente permettersi un insegnante straniero, perciò in questo modo avrei dato l'opportunità agli studenti di venire a contatto con altre culture e altri modi. Inoltre questa ONG gestiva anche un piccolo café e organizzava workshop e conferenze su tematiche sociali, cosa non molto diffusa in Cina – soprattutto nelle città minori.

Quando rileggo le mie riflessioni durante quel mio primo soggiorno cinese, specialmente nei primi giorni, mi faccio un po' tenerezza da sola!

Essendo arrivata in Cina con qualche aspettativa, quei primi giorni sono stati pieni di emozioni, di cultural shocks, di fotografie a qualsiasi cosa, di curiosità, di meraviglia in positivo e negativo.

Vedevo un mondo completamente nuovo, che non capivo bene ma che cercavo di non giudicare. Pensavo che, avendo già vissuto in Corea, l'impatto con la Cina non sarebbe stato poi così traumatico, invece i traumi ci sono stati eccome! Per quanto siano vicine, la Corea non ha niente a che fare con la Cina sia dal punto di vista culturale che paesaggistico.

Il lavoro era vario: una volta a settimana andavo in una scuola in campagna; poi avevo alcune lezioni nel café (che nel frattempo era diventato una sorta di training center); avevo lezioni con adulti e anche con bambini. Poi c'era l'English corner una volta a settimana: un momento interessantissimo perché ho avuto la possibilità di imparare molto sulla cultura cinese e di confrontarmi con persone interessanti.

Non posso dire che questa mia prima esperienza sia stata negativa, ma neanche completamente positiva: ci son stati molti alti e bassi e spesso mi sono chiesta perché avessi deciso di andare lì. Il capo di allora dell'associazione viveva un momento di transizione personale, direi: in poche parole si interessava più ad altro che all'associazione, quindi l'esperienza che immaginavo di fare si rivelò completamente diversa. Però devo dire che ho conosciuto persone speciali, interessanti e gentili; persone che ricordo sempre con molto affetto. Inoltre le lezioni che tenevo in campagna per me erano pura aria fresca: mi rigeneravano!

Le scuole pubbliche cinesi non sono tutte uguali: nelle città le scuole son migliori, le strutture più curate, gli insegnanti più preparati. Nei paesi più piccoli le scuole sono completamente diverse: spesso vecchie, senza materiali, insegnanti giovanissimi (basti pensare che, nella scuola dove andavo io, 25 anni era l'età media degli insegnanti e quei pochi vecchi erano proprio vecchio stampo, con la bacchetta in mano), classi super affollate, bambini in maggior parte immigrati dalle varie province della Cina, elementari e medie nella stessa struttura.

Nonostante Bohua fosse una vecchia scuola, tenuta pure male, adoravo andarci. La scuola era formata da un edificio di quattro piani e di fronte un cortile dove gli studenti facevano gli esercizietti di mezza mattina o semplicemente giocavano a basket o correvano.

Ogni giorno avevo due classi, e ogni settimana classi diverse. Secondo me sceglievano un po' quelle che più se lo meritavano, infatti mi sono spesso trovata in classi molto interessate, coinvolte, bambini curiosissimi e felici di aver lezione con me – questo per quanto riguarda le classi elementari, perché alle medie era diverso.

Le classi erano tipicamente formate da minimo 50 studenti, quasi tutti con la divisa della scuola, una tuta verde e verde e bianca, scuri, vispi, attivi, felici, che mi salutavano un po' timidamente da lontano quando mi vedevano. Ho avuto classi meravigliose: arrivavo e mi dicevano che unità del libro dovevo spiegare, quindi avevo un minuto neanche per capire cosa fare. Alla fine mi trovavo spesso a far leggere, a fare domande, a far disegnare alla lavagna; in classi così numerose è difficile organizzare giochi che coinvolgano tutti, ma comunque i bambini hanno sempre risposto in modo positivo. Il progetto era soprattutto centrato sulla possibilità data a questi bambini di avere un insegnante straniero, di venire a contatto con uno straniero, non era importante che imparassero, ma che sperimentassero “l’altro”.

Mi sono trovata a far lezione a studenti intelligentissimi, bravi e preparati, tutti provenienti da altre province, tutti con famiglie numerose, curiosi e affettuosi che però non avevano le stesse opportunità e agevolazioni di quelli che vanno a scuola nella città. Infatti, per quanto la Cina si stia sviluppando ad una velocità elevatissima, restano ancora assurde le differenze tra la città e le aree rurali.

Ho lasciato Qingyuan dopo cinque mesi perché il capo aveva deciso di vendere il centro, io ero stanca di stare lì ed ero pure un po' amareggiata; insomma, le cose non erano andate proprio come speravo, quindi avevo voglia di cambiare aria.

Prima di tornare in Italia nell'aprile 2016, ho passato il mese di marzo a Guilin  lavorando in un ostello in cambio di vitto e alloggio.

Guilin è una città bellissima, famosa per il suo paesaggio, una delle città turistiche cinesi per eccellenza.

A mio avviso la parte migliore è la campagna che la circonda, con piccoli villaggi veramente vecchi, le montagne dalle forme particolari, le risaie e i campi verdi… per non parlare della primavera con i peschi e i pruni in fiore. Una zona da visitare!

Anche l'esperienza in ostello non è stata delle più positive: le persone erano sicuramente gentili, ma totalmente incapaci di gestire quel luogo. Un ostello bello, in un posto tranquillo, vicino al centro, ma gestito da ragazzi a cui non interessava nulla...un gran peccato!

Questo mi faceva innervosire molto perché vedevo una buona occasione completamente sprecata: quindi ho passato quel mesetto a pulire, sistemare, cercare di rendere vivibile l'area comune, prendermi cura di gatti e cani senza avere particolari riscontri da parte di chi mi stava attorno.

Guilin resta comunque una città che ho veramente amato, una città particolare e bellissima.”

 

Martedì, 03 Luglio 2018 - Ultima modifica: Giovedì, 05 Luglio 2018

© 2018 Altrove Reporter powered by ComunWEB con il supporto di OpenContent Scarl